16/11/2018 - 15:20
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Azione

di Anna Siccardi

Niente lista, solo una missione: involtini primavera, quelli cinesi, ma svizzeri.

Mia madre li vuole così. Più piccoli, più buoni. Perché in Svizzera hanno una loro versione di tutto, tipo rilettura del resto del mondo.

Reparto freezer, area cineserie, involtini primavera. Come sempre sono in azione, che nella versione svizzera dell’italiano significa in offerta, sarà che ne fanno troppi, o che sono tossici, ma lei li vuole così, quindi ne afferro due confezioni e mi dirigo alle casse con il mio attestato di figlia devota nel carrello.

Dina, la domestica, apre la porta con un’occhiata mista di sollievo e rimprovero. Qui mi aspettano, sempre. Le consegno gli involtini e mi raccomando: cuocerli bene.

Sul comodino di mia madre ritrovo il solito plotone di fiale, compresse, capsule, aghi, supposte, garze e cerotti. Tutti i formati della speranza. Puntellate da blister di pillole, le foto dei nipoti. Non è un posto da bambini, penso.

Mi siedo sul grande letto evitando la gruccia della flebo. L’ho cercata per un’intera mattinata, senza nemmeno sapere bene cosa fosse. Per me le grucce erano gli ometti brutti, di ferro, quelli con cui Joan Crawford picchia la figlia in Mammina cara.

Entravo nei negozi con il mio buongiorno, vorrei una gruccia per le flebo. E ogni volta mi aspettavo che qualcuno, di quei commessi in camice e occhialini leggeri, mi dedicasse una mezz’ora, a chiedermi come siamo arrivati a questo punto, a spiegarmi come si usa la gruccia e come si usa la morte. E invece niente, tutta una serie di no, non le teniamo (è un caso disperato) oppure no, le abbiamo terminate (di storie come la tua ce n’è milioni, cocca). La gruccia l’ha trovata mio fratello. Ma io ho gli involtini.

“Erano in offerta, sai?”

“Sei sempre tirchia con me”, dice lei, ma poi sorride perché è sempre stata lei, la regina delle offerte.

Vado in cucina a controllare che gli involtini vengano bene, deve essere una cena perfetta perché questo, domani, sarà il ricordo più recente che ha di me.

E invece eccolo lì, lo sfacelo che sfrigola nel forno. Gli involtini sono di quelli grandi, bisunti e grossi, perdio, come cani pechinesi. Afferro la pattumiera sotto lo sguardo attonito di Dina e tiro fuori la confezione vuota, sopra c’è scritto 4 ROLLEN a caratteri cubitali, cazzo, di quelli piccoli ce ne stanno sedici.

 

Ritorno con il vassoio carico dei grotteschi involtini e butto lì qualcosa tipo quelli piccoli erano finiti, non te l’ho detto?, ma sono buoni anche questi, vedrai. Fidati. Lei mi guarda come quando ero bambina e sbagliavo tutto, mi aspetto una sfuriata e invece le viene da ridere. Io preferirei una sfuriata. È così che funziona?

Fingiamo di mangiare un po’ e poi fumiamo sdraiate su quel grande letto che sembra una zattera, stasera.

“Rimani finché non mi addormento?”

Lo sguardo è grande, la notte è in arrivo.

“Come no”, rispondo.

Magari dormo qui, penso. È quello che vuoi, anche se non lo chiedi. Dormirei male e mi darebbe noia sentire il tuo piede che cerca il mio. Ma tu lo sai e quindi non lo faresti, così alla fine sarei io a cercare il tuo. Ci sveglieremmo insieme e berremmo il caffè a letto, in attesa dell’infermiere, gli chiederemmo come va e lui direbbe mi sembra bene, no?

“Rimango qui”, ti dico, ma tu già dormi, hai sempre avuto questa mania di non ascoltare la gente. E allora no, non ne vale la pena, vado a casa mia, se no poi magari ti abitui e finisce che me lo chiedi tutte le sere e devo dirti di no. Mi alzo e varco piano la porta, come partorita nel mondo di nuovo.

Ciao mamma, bisbiglio, ci vediamo domani.

Mica morirai stanotte.