16/11/2018 - 15:18
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Intervista a

José Saramago

di Alessandro Bertante

 

In una città senza nome di uno stato senza nome ma riconoscibile come una qualsiasi democrazia europea, alle elezioni comunali l’ottantatré per cento della popolazione vota scheda bianca creando il panico nei rappresentanti del governo centrale che vedono nella scelta popolare una strategia eversiva di chiara matrice anarchica. Ma non c’è affatto una strategia, solo il sommarsi di tante e autonome decisioni individuali. Il governo allora dopo diversi tentativi andati a vuoto – secondo turno elettorale, spionaggio e delazione, stato di assedio, attentati terroristici – decide di abbandonare la città a se stessa, aspettando che i cittadini sovversivi, definiti “biancos” come se fossero un partito organizzato, si rendano conto dell’errore e in preda al disordine sociale decidano di ricondursi sotto la tutela statale.

Crepuscolare, caustico, fortemente politico, Saggio sulla lucidità (Einaudi) è il nuovo romanzo dell’ottantaduenne scrittore portoghese Josè Saramago, Premio Nobel per la Letteratura nel 1998, che torna nei luoghi e rincontra alcuni protagonisti di Cecità (Einaudi), per raccontare una storia che è un chiaro atto di accusa nei confronti delle democrazie capitalistiche, una lucida e sarcastica, solo superficialmente paradossale, disamina dei guasti e delle deviazioni del pensiero unico democratico, inteso come nuova infallibile religione laica. Abbiamo incontrato lo scrittore – un distinto signore di ottantadue anni sobrio e affabile come un gentiluomo di altri tempi – per fargli alcune domande sulla sua opera e sulle sue prese di posizione politiche.

Perché il titolo Saggio sulla lucidità?

Perché considero una prova di grande lucidità l’atteggiamento degli abitanti della città descritta nel romanzo. Quando l’ottantatre per cento della popolazione decide di votare scheda bianca fa una precisa scelta politica, che allo stesso tempo è uno straordinario coincidere di migliaia di scelte individuali senza che queste siano organizzate o dirette da qualcuno. Appunto è un fatto straordinario che raramente potremmo vedere nella nostra vita. Una specie di miracolo.

Saggio sulla lucidità è un romanzo molto politico, una critica spietata alla Democrazia alle sue derive autoritarie.

Un sistema democratico che non da al cittadino altra possibilità che togliere un governo o metterne un altro è un sistema amputato, nel senso che il potere reale rimane sempre quello economico, capace di condizionare tutte le scelte della politica, ridotta a svolgere solo una sterile funzione di rappresentanza.

Esiste secondo lei un nuova mistica della democrazia, intesa come entità dogmatica e incontrovertibile nel nome della quale può essere commessa qualsiasi azione, anche le più brutali e ingiustificabili.

Io non parlerei di mistica democratica ma di falsità democratica. Se non si può pronunciare il nome di Dio invano allo stesso modo non continuerei a pronunciare a sproposito il nome della Democrazia, cosa che avviene ovunque in ogni momento. Tutti i politici amano citare la parola Democrazia e lo stesso fanno, con grande prosopopea, i media occidentali ma paradossalmente nessuno discute mai effettivamente di Democrazia e di come migliorarla. Rimane uno slogan che sta perdendo progressivamente di significato.

Nel Saggio sulla lucidità la democrazia in stato di crisi si comporta in modo molto simile ai regimi autoritari: stato di assedio, strategia della tensione, uso dell’esercito.

Con il nuovo millennio stiamo già entrando in una nuova fase della Democrazia, quella della Dittatura Democratica nella quale lo stato democratico adotta forme dittatoriali giustificandole in nome di una presente supremazia etica e civile. Quando si presenta una data azione come democratica anche se essa è a tutti gli effetti brutale e dittatoriale, automaticamente diventa accettabile e condivisibile. La norma della guerra preventiva legalizzata è il classico esempio di barbarie giustificabile, tramite la propaganda e l’auto celebrazione delle forze politiche ma anche dei media che sono corresponsabili di questo stato di cose.

Nel corso del romanzo più volte si insiste sull’importanza delle leggi e di codici di comportamento civile comunemente accettati, come se si avesse il timore dell’esistenza di classi privilegiate al di la delle norme e degli ordinamenti sociali.

È già così e temo sia sempre stato così. Il potere politico viene piegato in nome di interessi personali che raramente coincidono con quelli della società tutta. Faccio un esempio: circa venti anni fa l’ideale delle società democratiche era quello di raggiungere il pieno impiego, tutti che lavorano e tutti che stanno bene con una ridotta conflittualità sociale. Oggi invece si vive una situazione generalizzata di impiego precario e questa è stata una decisione presa dal potere economico che ha fatto sapere al potere politico che il pieno impiego era contro i suoi interessi. Il posto di lavoro fisso per tutti ora viene considerato come una utopia. A pensarci bene è una cosa completamente assurda ma è successa proprio in questi anni davanti ai nostri occhi.

Trovo che il prete che cerca di volare ne Il memoriale del convento sia uno dei personaggi più belli della narrativa degli ultimi tre decenni. Lei è uno dei pochi scrittori che fa ancora uso dell’allegoria.

Sono convinto che se io raccontassi le mie storie in modo meno allegorico avrebbero meno impatto, sarebbero meno efficaci. Ad esempio Cecità ha raggiunto lettori di tutte le età e classi sociali e probabilmente è successo perché il messaggio allegorico è più universale.

La sua opera letteraria è segnata da un forte impegno politico e lei è anche un militante del Partito Comunista Portoghese. Cosa resta a suo avviso dell’utopia socialista e che ruolo può avere nel nuovo millennio?

Spero che come la Fenice il socialismo possa rinascere dalla proprie ceneri anche perché quello che oggi noi chiamiamo socialismo non conserva niente del significato reale della parola. Quando i partiti socialisti si avvicinano al centro in realtà si avvicinano alla destra. E noi come semplici essere umani abbiamo bisogno di poter almeno sperare nell’uguaglianza sociale.

Lei nel 2003 è stato a Ramallah occupata dall’esercito israeliano, e ricordo che prese una posizione molto dura nei confronti del governo israeliano. Qual è la cosa che più ricorda di quella esperienza?

La sensazione di vedere un intero popolo umiliato, sistematicamente umiliato e privato degli elementari diritti civili. Ma nonostante questo un popolo che continua a lottare.

In Occidente si continua a parlare di scontro di civiltà, in modo da giustificare una serie di scelte o di situazioni venutesi a creare. O forse è solo un sintomo della nostra decadenza, del crepuscolo etico e civile che ci affanniamo a mascherare.

Lo scontro di civiltà è già in atto da diverso tempo, sarebbe sciocco negarlo e anche ipocrita. Non bisogna d’altra parte stupirsi perché la storia dell’uomo si è sempre svolta attraverso scontri di civiltà e noi occidentali lo sappiamo bene che abbiamo tentato di imporre la nostra ovunque. Allo stesso modo sono convinto che la decadenza dell’Occidente si oramai irreversibile, stiamo arrivando alla fine, intesa come crepuscolo della tradizione culturale dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. Lo diceva Umberto Eco (che a Milano ha partecipato con Saramago a un incontro pubblico con centinaia di persone. NDR) già qualche anno fa: si sta presentando alla storia un nuovo tipo di umano con la quale noi non abbiamo più niente a che fare. L’emergere del mondo arabo è imperioso perché basato su un forte sentimento comunitario che noi abbiamo definitivamente perso. La cosa peggiore però è che l’Europa non ha più idee proprie, originali, una spinta propulsiva che la caratterizzi. E l’Unione Europea non è un idea ma un istituzione economica.

Una decadenza diffusa che sembra coinvolgere anche la sinistra e il movimento pacifista i quali non riescono a farsi sentire nonostante la guerra in Iraq si dimostri ogni giorno che passa sempre più inutile e brutale, oltre che completamente illegale come ha ricordato alcuni giorni fa lo stesso Kofi Annan.

Questo è fuori di ogni dubbio ma d’altra parte i grandi movimenti pacifisti sono stati veramente forti solo quando ancora c’erano fermenti sociali importanti e mi riferisco soprattutto agli anni Sessanta e in parte agli anni Settanta. C’erano volontà, sogni, aspettative, ora assistiamo alle blande proteste di una generazione apatica, capace di chiamare gente da tutto il mondo per partecipare alla riunione di Porto Alegre e poi incapace di darsi un minimo di progettualità e di organizzazione.

Recentemente ho assistito a un dibattito sul ruolo sociale degli scrittori e degli intellettuali. Nessuno dei presenti sembrava avere le idee molto chiare in proposito.

Io invece ho le idee chiarissime. Il problema di molti scrittori è che sembra che vivano in modo dicotomico: da una parte c’è lo scrittore e dall’altra il cittadino e quando li si pone la domanda sul loro impegno sociale non sanno mai se a rispondere è lo scrittore o il cittadino. Nel mio caso lo scrittore e il cittadino sono la stessa persona ed è sempre il cittadino a rispondere. Lo scrittore deve partecipare alla vita sociale e civile come cittadino.

Ma lo scrittore fino a pochi decenni fa aveva una funzione di guida culturale…

Forse nell’antica Grecia ma recentemente ne dubito. Lo scrittore deve cercare di interpretare i problemi del suo tempo e magari riuscire a rappresentarli con il suo lavoro, con l’ispirazione letteraria. Ma ciò non significa che lo scrittore debba scrivere manifesti politici.

Ma se un lettore qualsiasi leggendo Cecità o Il saggio sulla lucidità viene influenzato nel suo modo di intendere la realtà il ruolo di guida diventa inevitabile.

Certo ma quella di lasciarsi stimolare rimane una decisione che prende il lettore autonomamente, lo scrittore non deve proporre se stesso come una guida. Il lettore è sempre in grado di decidere, e deve continuare a farlo.

A proposito di influenza culturale: che ruolo potrà avere il romanzo negli anni a venire, nella società dei mezzi di comunicazione di massa?

Quello che ha sempre avuto. Sarà il piacevole passatempo di una minoranza.