16/11/2018 - 15:20
Facebook Twitter

L’attesa.

di Walter White

Ho atteso 40 settimane.

Mi sto ancora chiedendo se ne sia valsa la pena.

Ho atteso un anno.

Poi ho detto la mia prima parola.

“Dadade” mi pare, o forse no.

Non la ricordo.

Poi ho mosso i miei primi passi. Quasi subito. Così mi dicono.

Non mi sono ancora fermato.

Ho atteso con ansia almeno dieci cose. Dieci prime volte.

Superata l’attesa, sto ancora cercando di capire se le prime volte non si scordino mai, se le prime volte siano sempre le migliori, se siano veramente le migliori.

Ho atteso che qualcuna delle cose attese mi uccidesse. In un modo o nell’altro. Non è ancora successo.

Ho atteso cose e persone.

Mi sono stufato di attendere cose e persone.

Poi ho avuto nostalgia delle attese.

A volte ho ripreso ad attendere cose già acquisite. Ho dato seconde chance.

Ora sono qui.

Dovrei tremare come cavallo condotto al macello, come cavallo che sente nell’aria l’odore del sangue di chi lo ha preceduto.

Non tremo.

Non sento nessun odore.

Lui mi guarda, è solo un povero coglione, come tutti, mi informa: «Oggi abbiamo inserito un apprendista, ha fatto un casino, pezzi di cervello dappertutto. Tranquillo, a te ci penso io; quindici anni di servizio, mai sbagliato un colpo. Ne basterà uno anche per te. Fatti coraggio».

Io annuisco.

Non sono coraggioso, proprio per un cazzo. Sono molto stanco, questo sì. Stanco di attendere.

Ho atteso a lungo questo momento.

Ora attendo che il suono o il dolore pongano fine al tutto, sono curioso di vedere se dopo tutta questa attesa, ne sia valsa la pena.

Accetto il dopo come parte del prima.

Chissà se impiegherò altre 40 settimane per ritornare lì da dove sono venuto.

Chissà.

Lo sparo, il suono e l’odore, si ore annuso anche l’odore.

Mi viene incontro il… buio.