16/11/2018 - 15:20
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Intervista a

Walter Siti

di Davide Borgna

 

Lei ha segnato la letteratura italiana praticando una forma narrativa al confine tra autobiografia e finzione, la cosiddetta “auto-fiction”. Come si è avvicinato a questo genere?

Penso che i punti di partenza siano stati due: uno è stato la lettura, quando ancora facevo il critico letterario, di un testo sull’autobiografia di un francese, Philippe Lejeune. Il testo s’intitolava Le Pacte autobiographique, “Il patto autobiografico”. L’autore, prendendo in esame autobiografie di tutti i tempi, da Rousseau in poi, individuava (all’epoca era di moda lo strutturalismo) una serie di condizioni che un libro deve soddisfare per essere considerato “autobiografia”. Mentre lo leggevo, ho cominciato a pensare: “Quindi, se prendessi queste regole e le applicassi a delle cose che però io non ho vissuto, potrebbe sembrare lo stesso un’autobiografia”. Quindi la prima idea è stata di applicare le regole di una vera autobiografia a una cosa che corrispondeva per la maggior parte alla mia vita – perché corrispondeva ai miei desideri, alla mia psicologia ecc. – ma che, quanto ad azioni, era differente. In tutta la trilogia[1] ho tenuto più o meno questa regola: non modificavo niente sul piano psicologico mentre cambiavo le azioni, i fatti.
La seconda influenza è stata un discorso che credo fosse quello di Kundera, quando gli hanno dato il Nobel, e che è una specie di elogio del romanzo. Parte dicendo che è curioso che il primo testo scientifico moderno, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo, e il primo romanzo moderno, Don Chisciotte di Cervantes, siano quasi contemporanei. Da quel momento, diceva, la scienza e il romanzo hanno cominciato a indagare la realtà in due modi diversi, opposti. A un certo punto Kundera parlava di qualcosa che lui chiamava “les moi expérimental”, nel senso di Zola – cioè nel senso in cui Zola usava questa parola nel roman experimental. Diceva che possiamo usare una terminologia scientifica applicandola al romanzo, per cui uno prende il proprio io, ci inietta delle cose che l’io non ha vissuto e poi vede come va a finire, come si fa negli esperimenti sui topi.
Queste due cose insieme hanno fatto scattare l’idea di scrivere una “autobiografia di fatti non accaduti”, che è stata poi la chiave di tutta la trilogia.

Il protagonista di Bruciare tutto è un prete, don Leo; cosa l’ha spinta a mettersi nella pelle di questo personaggio, uscendo dai tanti “Walter Siti” dei suoi romanzi precedenti?

Dopo la trilogia, già quando scrivevo Il contagio, sentivo il bisogno di allontanare un po’ l’Io dalla narrazione. Lì viene chiamato certe volte “Walter” dai borgatari, però compare poco: è sostanzialmente un orecchio che ascolta le storie (tranne per una parte in fondo, in corsivo). Alla fine viene addirittura chiamato “il professore” o “il vecchio”, non si fa più nemmeno il nome. Però il passaggio decisivo credo sia avvenuto con Autopsia dell’ossessione, perché cominciava con un capitolo piuttosto lungo e insistito sul sadomasochismo, sulle pratiche sadomaso di un locale tedesco; cose di cui non ho mai avuto nessuna esperienza personale, né mi interessano sul piano privato. Quindi ho cominciato a pensare: “Se voglio parlare di cose che evidentemente non fanno parte della mia vita cosciente, ma evidentemente fanno parte del mio inconscio se penso di parlarne, allora non posso più usare l’Io”: perché l’Io parla soltanto di quello che lui sa, della sua vita cosciente. Quindi ho bisogno di una controfigura che viva invece la mia parte inconscia. Perciò oltre alla trilogia “auto-fittiva”, diciamo, c’è una specie di seconda trilogia, almeno nella mia testa, che è fatta da Autopsia dell’ossessioneResistere non serve a niente Bruciare tutto, in cui tre cose di cui io non ho esperienza conscia – il sadomasochismo; questa fame enorme di denaro, il bisogno di realizzarsi con i soldi; e la pedofilia – si traducono in tre controfigure che sono appunto Danilo Pulvirenti, Tommaso Aricò e Don Leo.

Lei è uno dei docenti della Scuola annuale di Scrittura di Belleville. Fino a che punto ritiene che la narrazione e la scrittura letteraria siano insegnabili?

Io parto da un’esperienza che ho fatto all’università: per quattro anni, gli ultimi quattro anni miei dell’università, avevo un modulo di “Scrittura creativa”. Credo che fosse il primo esempio di una cosa che si faceva all’università con i crediti, quelli che ti servivano per la laurea. All’inizio non ci credevo molto, per cui il primo anno ho detto: “Ma io in realtà non insegno a scrivere, perché poi chi sono io per insegnarlo, non si può fare ecc… Insegno a leggere”. Prendevamo dei classici, facevo vedere le prime redazioni e, guardando le varianti, vedevamo come un testo può essere migliorato. Poi però ho detto, “Questa è una cosa un po’ limitativa: prendiamo il toro per le corna e buttiamoci a fargli scrivere delle cose”.
La prima cosa è rimasta, e penso che sia la cosa che veramente si può insegnare. Non come si inventa un romanzo, perché mi sembra impossibile; né si può dare il talento a uno che non ce l’ha. Ma credo che si possa insegnare a evitare gli errori, cioè far vedere come, se tu vuoi esprimere una certa cosa, quelle parole lì non sono adatte – se invece usi delle altre parole possono essere più efficaci, più efficienti ecc. Quindi fare dei discorsi che hanno a che fare con la coerenza stilistica (non puoi usare una cosa e poi dopo una cosa che la contraddica, a meno che tu non voglia fare di questa contraddizione un aspetto portante del libro). Credo che si insegni più facilmente quello che non bisogna fare che quello che bisogna fare. In realtà anche sulla seconda cosa, quella “in positivo”, certamente non dai il talento a uno che non ce l’ha; però ho notato, quando lo facevo all’università, che un insegnamento come questo rovesciava spesso le gerarchie che uno aveva in testa tra gli studenti. Cioè studenti che andavano molto male in altre materie improvvisamente qui andavano molto bene, e viceversa. Quindi poteva anche servire a quello: certi secchioni non riuscivano a inventare una storia nemmeno se si mettevano a piangere, invece, magari, uno con diecimila anelli al naso, orecchini ecc., che tutti prendevano per un mezzo scemo, lì funzionava. Da questo punto di vista poteva essere utile, soprattutto per quelli che andavano male, perché gli dava un minimo di coraggio.
Per il resto, la cosa a cui io invece non credo è che si possano dettare delle ricette. Che tu possa dire: un romanzo si fa così e così e così… Tutte le volte in cui ho visto che qualcuno l’ha fatto, puzza talmente tanto di scuola che non funziona. Per cui sì, penso che conti più il negativo che il positivo. Una cosa che per l’università funziona molto bene è che, entrando dentro la bottega dello scrittore, uno impara davvero a leggere. Impara che i classici non sono qualcosa che ti deve piacere per forza, “perché sono classici” dove non si può toccare niente, ma che invece sono il risultato di prove ed errori. Quindi, affrontare la letteratura classica con un minimo di spirito critico in più rispetto a quello che di solito c’è a scuola.

In Italia ci sono pochi lettori e tanti aspiranti scrittori. Cosa pensa di questo luogo comune?

Non saprei, perché non sono abbastanza a contatto con i giovani. Io in realtà ho sempre visto giovani che leggono parecchio, per cui non so se sia vero. Una volta si diceva che l’immagine stava soppiantando le parole. Poi dopo, con i social, abbiamo visto che la gente ha ricominciato a scrivere. Adesso dicono che preferiscono postare qualcosa su Instagram o su Youtube, quindi, di nuovo, l’immagine ricomincia a prevalere sulla parola. In ogni caso, la cosa che mi sembra stia succedendo non è tanto il fatto che i giovani non leggono più, ma scrivono soltanto; bensì la qualità sia della scrittura che della lettura. Quand’ero docente ho visto che diventava sempre più difficile leggere libri complessi, che avessero più strati di lettura, e che loro traducevano un po’ ingenuamente dicendo che erano “lenti”. Li facevo leggere, durante l’estate, dicendo: “Facciamo la letteratura del Novecento ma se voi non conoscete, che ne so, Dostoevskij, è inutile cominciare. Non c’è il prima… Provate a leggere I fratelli Karamazov L’idiota durante l’estate”. I più bravi, quelli che ci tenevano di più, effettivamente li leggevano, poi venivano all’inizio dell’anno e dicevano: “Professore, io l’ho letto, ma non succede niente”. Ora, dire che in Dostoevskij non succede niente è una follia, perché succede praticamente di tutto. Loro lo dicevano nel senso che si stancavano, per esempio a leggere le pagine di descrizione, tendevano a saltarle. Da questo punto di vista si sta perdendo l’abitudine di leggere dei testi “poli-strato”, dove ci sia descrizione che si alterna all’azione. E nella scrittura anche: la scrittura “immediata”, in cui non si può pensare neanche dieci minuti perché si deve rispondere alle sollecitazioni del tweet, di Facebook ecc., ho l’impressione che quando poi si riverbera sullo stile dei ragazzi più giovani, diventa uno stile molto più rapido, con una sintassi semplificata, dove c’è al massimo soggetto-verbo-complemento e pochissimo altro; probabilmente si sta tutto molto velocizzando, ed è non solo la lingua, ma il modo di narrare che sta cambiando. Un modo di narrare, quello cui eravamo abituati noi da giovani – Proust, per esempio, ormai non lo regge quasi più nessuno. Alla seconda pagina sui gelsomini uno collassa.

Ritiene utile inserire la scrittura come materia nelle scuole italiane, con l’intento di formare dei lettori migliori?

Credo sia utile. Noi veniamo da una lingua e da una letteratura che per gran parte era artificiale, come si sa. Fino all’Ottocento in genere la gente parlava in dialetto e poi scriveva in italiano, che era una lingua quasi inventata. Quindi è una lingua che ha delle strutture piuttosto complesse, sintattiche ecc. Tant’è vero che quando ti traducono nelle lingue straniere, bestemmiano perché la tua frase italiana non finisce mai. Avendo una tradizione di quel tipo, mantenere un pochino di quella tradizione, che poi è una differenza rispetto a una cosa omologante – che adesso è una specie di inglese basico, dove la sintassi è davvero super-semplificata, anche rispetto all’inglese che già ce l’ha abbastanza semplice di suo –; quindi, mantenere un pochino di “carattere nazionale” secondo me non sarebbe male (visto che la scuola per tanti anni ha fatto leggere delle cose in classe, pensando che fossero dei modelli di scrittura: I promessi sposi…). Questo usando dei testi più moderni e abituandoli, per esempio una cosa che io gli facevo fare all’università era proprio questa: imporgli di scrivere una paginetta dove però le frasi non dovevano mai essere più corte di sette righe. In modo da abituarli a fare delle frasi un minimo articolate. Per esempio, se gli fai leggere Leopardi, a parte che lì per lì non lo capiscono, però a un certo punto si rendono conto che con la sintassi si può anche dire parecchia roba: ci possono essere concessive, ci possono essere frasi dove effettivamente il pensiero lo articoli proprio perché la frase ti spinge a farti delle obiezioni. Succede anche con gli scrittori: uno degli scrittori più limpidi e con la sintassi più semplice è Calvino, palesemente. Però quando si mette a fare la Giornata d’uno scrutatore, dove invece deve affrontare una cosa che lui stesso non sa molto bene – Che cos’è il comunismo, se davvero il comunismo ha abbastanza carità per fare quello che le suore analfabete fanno naturalmente –, lì c’è una scrittura piena di parentesi, di concessive, di “se” e di “ma”, eccetera. Evidentemente quando uno deve affrontare una cosa su cui lui ha molte riserve, obiezioni, anche la sintassi si trasforma. Quindi abituare i giovani a pensare che la frase non dev’essere soltanto “Io amo te, tu ami me”, ma può essere un pochino più complicata.

Dopo Bruciare tutto, ha altri progetti di scrittura?

Ho quasi finito una cosa che avevo cominciato un anno fa, che è un piccolo phamplet, ma senza pretese, per Nottetempo, sul tema del pagare. Cioè sul fatto che quando io ero giovane, ed ero di quelli che stavano approfittando dell’ascensore sociale – genitori proletari e una specie d’ipotetica, minima classe media su cui uno cercava di issarsi –, mi ricordo il piacere di pagare le prime volte che prendevi uno stipendio piuttosto consistente, perché dicevi: “Sono soldi che ho guadagnato io, e quindi con questi mi posso permettere qualche sfizio”. Ti compravi la statuetta che costava un po’ troppo per te, oppure il ventilatore a mamma quando faceva caldo ecc., e dicevi: “Me lo sono comprato io con i soldi che mi sono guadagnato”. Quindi c’era veramente questo piacere del pagare e comprare le cose. Adesso invece penso a mio nipote, che ha venticinque anni e tra l’altro non lo paga quasi nessuno, nel senso che fa un sacco di cose gratis tra tirocini, apprendistati, praticantati, quelle robe lì. Poi tutti i contenuti che lui, senza volere, fornisce alla rete, le ricerche… ovviamente per i quali non prende una lira. E quindi lui si è abituato al fatto che nessuno lo paga, però, in compenso, scarica un sacco di cose gratis: si scarica i libri gratis, la musica gratis, ha questo couchsurfing per cui va in giro per l’Europa e gli offrono i divani, oppure non so, un sito che dice: “Se lo vieni a prendere te lo regalo”, per cui divani, sedie ecc. se li va a prendere senza pagare niente. E quindi è partita questa cosa per cui non mi pagano ma tutto sommato anch’io ho le cose gratis. Mi sembra una cosa quasi opposta a quel piacere di allora, e volevo cercare di capire come ti cambia il cervello, questa cosa qui; cioè il fatto di adagiarti su un mondo dove, tutto sommato, devi essere anche contento che ti diano un sacco di “offerte”, cose del genere. E poi se non ti pagano, pazienza.
Poi ho il progetto di una non-fiction novel su due vite vere, intrecciate in qualche misura tra di loro. Sarebbe la prima volta in cui, invece di inventare io delle storie a partire da dati di realtà, ma poi inventando le azioni, parto da due storie assolutamente verificabili, e forse nemmeno alterando i nomi, ma raccontando la storia secondo il modello della non-fiction. Ci ho sempre un po’ pensato, alcune cose di quel tipo lì, almeno i classici – da Capote a Carrère, mi piacciono molto, ammiro molto chi è capace di farlo. Per cui penso che la prossima cosa sarà un testo di non-fiction.

 

Intervista a Walter Siti