16/11/2018 - 22:04

Gesualdo Bufalino

>> L’uomo invaso

Bompiani

É del 1986 questa raccolta di racconti di Gesualdo Bufalino, una delle tre corone siciliane del ‘900 italiano insieme a Consolo e Sciascia. Si tratta di divertissement metanarrativi e metariflessivi, pometti in prosa, ritratti arabescati di personaggi storici. Forse. O forse si tratta piuttosto di storie radicalmente necessarie, scritte da un autore per il quale l’arte – come con elegante e malinconico calembour sosteneva – fa le veci di un arto. I racconti trovano indubbia unità nel barocco borrominiano della lingua impiegata, nel suo ruolo strutturante ed evocativo, nonché pienamente funzionale alla resa dei tarli dei personaggi. Lingua cavata dal ventre, che ricorda certo periodare musicale d’antan; si tenda bene l’orecchio e non si potrà non sentire Castiglione, Bartoli e più d’un trattatista cinquecentesco. Nei 22 racconti il dialogo con la tradizione è ininterrotto, e vedremo comparire personaggi storici, mitologici, popolari: da Orfeo ed Euridice a Don Chisciotte, da Ferdinando II a Jack lo squartatore, da Giufà a Baudelaire. Vicende immaginate di personaggi non tutti immaginari, variazioni su miti e aneddoti storici che si presentano come riflessioni sull’esistenza. Il grumo immaginativo dell’autore è quello di sempre, ma si perde il dinamismo dei romanzi precedenti, a favore di un impianto narrativo più fotografico e incisivo, stante il lirismo che accompagna ogni produzione dell’autore comisano e che trova massimo fulgore quando sfiora il metafisico, come in Voci di pianto da un lettino di sleeping-car: “E ora? Signore, da quanti anni duelliamo senza vederci… come un cane che combatte con l’ombra della sua coda. E l’un contro l’altro imbracciamo due armi inconfrontabili e per ciò stesso l’una e l’altra invincibili: Tu il privilegio Tuo di non essere; io quello opposto di essere, di occupare con le mie membra questo aleatorio cubo d’ossigeno e idrogeno che fa le veci del vuoto… Un battibecco da sordo a muto , di parole contro silenzio. Sebbene poi non siano nemmeno parole, le mie, ma un lagno, un mugghio, un urlo che si confonde col fischio del treno, con questo miserere infinito…”