16/11/2018 - 15:18
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Lucia Berlin

>> La donna che scriveva racconti

Bollati Boringhieri

Tarda ma inevitabile la fortuna postuma di Lucia Berlin, scrittrice americana ormai sulla via della consacrazione. E’ grazie a Lydia Davis e a Stephen Emerson se nel 2015, undici anni dopo la scomparsa della scrittrice, vede la pubblicazione “A manual for cleaning woman”, malamente tradotto in italiano con “La donna che scriveva racconti”, così che si va a perdere il jeu de mots dell’originale: Manuale per pulire le donne, Manuale per donne delle pulizie. La critica accoglie con entusiasmo i quarantatré racconti scritti fra il 1960 e il 1980 (il New York Times inserisce il libro fra i 10 Best Books of 2015), accuratamente selezionati dai due curatori, e la scrittrice viene subito associata a Raymond Carver, Don DeLillo, Anton Čhechov, Alice Munro. Ma qualcosa la distingue e la pone su un piano altro rispetto agli autori ai quali viene accostata: nelle storie della Berlin molto forte ed evidente è l’elemento di autofiction; aneddoti della sua vita privata vengono lavorati nel laminatoio della fantasia, affinati ed euforicamente restituiti in forma di racconto. Riflettendo su questo procedimento di costruzione narrativa, delicato e non del tutto analizzabile, ho pensato a un passo di “Trilogia della città di K.” di Ágota Kristóf: “Quello che mi interessa sapere è se scrive delle cose vere o delle cose inventate. – Le rispondo che cerco di scrivere delle storie vere, ma , a un certo punto, la storia diventa insopportabile proprio per la sua verità e allora sono costretto a cambiarla. Le dico che cerco di raccontare la mia storia, ma che non ci riesco, non ne ho il coraggio, mi fa troppo male.”. Sono storie di uomini perduti, alcolizzati e vinti; storie che riescono a conservare l’essenzialità e l’incisività senza rinunciare ai dettagli e alle sfumature.