16/11/2018 - 21:42

L’ultimo necrologio

di Stefano Pace

Tim era bravo a fare i necrologi e gli piaceva farli. Seduto sulla sua sedia rossa, l’immancabile tazza di caffè accanto alla tastiera del laptop, scriveva della vita della persona scomparsa entrando in uno stato di semi-estasi che lo isolava dal resto della redazione. “Ma perché non ti accontenti di aggiornare il coccodrillo?”, gli chiedevano ogni tanto i colleghi, riferendosi al classico necrologio standardizzato che ogni redazione aveva pronto da pubblicare in caso di scomparsa improvvisa di qualche personaggio famoso. “Il necrologio è un’arte, un testo cha va preparato e servito ai lettori sul momento”, rispondeva Tim. “Un testo sempre vivo, allora…” ridevano i suoi colleghi, che però riconoscevano che, sì, quelli di Tim erano davvero ottimi testi, con quel tocco personale e aggiornamento in più che facevano la differenza.

Quel giorno, doveva scrivere il necrologio di Tom Y. Neither. Non era un necrologio qualsiasi, perché Tim aveva scritto un paio di libri sulla biografia di Neither e poteva essere considerato il più grande esperto di Hollywood sul tema. Le poche interviste concesse dal divo erano state naturalmente una sorta di monopolio di Tim.

Neither era stato un divo del cinema un po’ acciaccato, con qualche problema a una gamba per via di un vecchio incidente sul set di “Sguardi di vendetta”, ma che fino a poche ore prima della morte girava felice per gli aperitivi di Hollywood. Anzi, negli ultimi tempi Neither si vantava di aver smesso di bere, concedendosi solo caffè scuro. Tim sorseggiò un po’ dalla sua tazza e pensò che magari poteva partire da quella fase salutistica di Neither che, per ironia della sorte, non si era conclusa benissimo. Poteva essere un buon attacco per l’articolo.

Ma voleva scavare un po’ di più. Si sistemò meglio sulla sedia (era seduto da un po’ nella sua estasi da scrittura e le gambe iniziavano a intorpidirsi) e iniziò a scorrere le foto dell’attore, in cerca di una posa che ispirasse qualche idea. Ne trovò una piuttosto recente. Neither guardava l’obiettivo con un sorriso lieve ed enigmatico, l’ineguagliabile Neither-smile che faceva vendere biglietti del cinema e locandine. La barba con la quale aveva girato “L’ultimo io, prima della fine” e che aveva fatto impazzire le sue ammiratrici era ancora lì. Tim si grattò una guancia, dubbioso se dovesse affrontare il capitolo donne di Neither in un necrologio. Sorrise un attimo all’idea che se fosse stata una delle tre ex mogli di Neither a commemorarlo, non sarebbe uscito un bel ritratto. A dire il vero, neanche le ex mogli di Tim avrebbero scritto cose lusinghiere sul loro ex. Il pensiero lo adombrò per un attimo, ma continuò la sua ricerca.

Tim lesse alcune recensioni dell’ultimo film di Neither. Erano positive. Sottolineavano il vago senso di nostalgia che traspariva dall’interpretazione dell’attore. Un sito di citazioni aveva raccolto i migliori passaggi e dialoghi del film. “Sono io nella misura in cui tu ci sei” era una frase del film che i fan di Neither avevano stampato su T-shirt che avrebbero sicuramente popolato il funerale. I critici e gli esegeti della cinematografia di Neither avrebbero certamente esaltato le qualità profetiche del suo ultimo film, individuando segni premonitori della sua morte. In effetti, la scena finale, aveva un sapore di congedo dal mondo reale: Neither schiacciava il tasto “Send” per una e-mail di congedo dal mondo per ritirarsi da eremita nel bosco intorno alla scritta “Hollywood”. Tutto questo materiale, però, non ispirava molto Tim, che iniziò a provare una vaga tristezza. Inviò qualche mail in giro per confermare delle interviste e poi tornò sul pezzo.

Le circostanze della morte rimanevano ancora poco chiare, ma non c’era sangue sulla scena, per cui era da escludere un omicidio violento, come speravano quelli della rivista “Entertainment & Law”. Semplicemente, sembrava che Neither fosse stato colto da un malore fatale. Amava rivedersi nei suoi film, disteso sul suo divano rosso. Sembra che stesse rivedendo proprio il suo ultimo lavoro. L’avevano trovato con lo schermo gigante che gli era caduto addosso. Per Tim era un dettaglio che avrebbe descritto con “il cinema nel cuore, sul petto, fino alla fine”, ma sembrava un po’ irrispettoso. Il coroner escluse che il televisore fosse la causa del decesso; era piuttosto l’effetto: Neither, nel malore, si era alzato dal divano e appoggiato al televisore, facendolo cadere. Inoltre, la ferita più grossa era su un ginocchio. Secondo altri, stava armeggiando coi cavi ed era stato folgorato, ma era una ricostruzione di fantasia.

Tim scrisse un’accurata sezione del necrologio in cui descriveva il perfezionismo di Neither, che trascorreva ore a rivedere una singola scena sul televisore di casa, alla ricerca del minimo difetto di interpretazione. Tim era abbastanza soddisfatto del lavoro svolto, ma non ancora del tutto (non lo era mai, del resto). C’era da aggiustare qualche passaggio del testo. Si concesse una breve pausa. Mise il computer in stand-by abbassando lo schermo, staccò la stampante da tavolo che aveva preso in prestito dall’ufficio accanto (non amava stampare in quella comune, troppa confusione di carte) e si alzò per riportarla indietro. Ma l’indolenzimento delle gambe lo convinse a starsene comodo e limare quella porzione di testo che gli era rimasta attaccata in un angolo della mente.

Arrivò il momento della frase finale. Tim era noto per incipit e finali di grande trasporto. Ma questa volta voleva innovare e avrebbe chiuso con qualche contenuto multimediale. Magari un breve video di Neither. Scovò su YouTube un vecchio filmato in cui Neither camminava, col suo incedere un po’ incerto, sul red carpet degli Oscar e si inchinava ironicamente di fronte ai fotografi schierati con i loro mille flash. A Tim sembrava un bel modo per chiudere il necrologio.

Cliccò “Save” e il file era pronto.

I colleghi ritrovarono Tim a terra. Il caffè era rovesciato, a formare una chiazza scura che all’iniziò sembrò sangue, ma ogni causa violenta fu esclusa dal coroner. Aveva un lieve ed enigmatico sorriso sulle labbra. Il suo laptop, forse trascinato da Tim mentre cadeva dalla sedia, era caduto con Tim e si trovava aperto sul suo petto. Sullo schermo del computer, Tom Y. Neither faceva un inchino.