16/11/2018 - 21:42

Dichiarazione di esistenza in vita

di Paolo Fiorito

«Come sarebbe che deve dimostrare di essere viva?» Domando strabiliato all’impiegato dell’assicurazione.

«Questo recita la normativa. La signora deve procurarsi un certificato di esistenza in vita.» risponde lui infastidito.

La signora Gina ci guarda tranquilla, certa che quello che ci stiamo dicendo non é sicuramente quello che ha capito lei.

Malgrado abbia ottantaquattro anni é ancora molto arzilla. Aveva parlato anche ieri con l’impiegato ma non era riuscita proprio a capire cosa volesse e per questo mi ha chiesto di accompagnarla.

«Ma lo può vedere benissimo anche lei! La signora é qui, viva e vegeta. Se vuole la faccio camminare avanti e indietro.» Insisto credendomi spiritoso e fermando con un gesto la signora che già accenna ad alzarsi per dimostrare la propria vitalità.

«Non sono autorizzato ad assumermi tali responsabilità. Posso accertare l’esistenza in vita solo da documentazione cartacea.» replica laconicamente l’impiegato senza scomporsi.

«Nel senso che lei può capire se la signora Gina é viva solo guardando il foglio di carta e non riesce a capirlo guardando lei?.» Domando io spazientito.

«No. Nel senso che il mio compito non é capire se la signora é viva o no ma é di allegare quel certificato alla documentazione richiesta.» Risponde lui stizzito, troncando ogni ulteriore discorso.

Se vogliamo riscuotere quell’assicurazione dobbiamo assecondare questa follia burocratica. Mi rassegno, faccio alzare con fatica l’anziana amica e mi avvio verso gli uffici del Comune per ottenere il misterioso “certificato di esistenza in vita”.

L’impiegato del Comune ha l’aria annoiata di chi è stanco di spiegare che il Comune ha sempre ragione nei riguardi di un cittadino che invece ha sempre torto.

Se ne sta lì, costretto in una camicia che lo ha visto crescere di circonferenza e che oggi fatica enormemente a contenerlo. I bottoni rischiano di saltare da un momento all’altro trasformandosi in proiettili sparati nella nostra direzione. Sotto tale minaccia ci fa accomodare su due scomodissime sedie in fòrmica grigia e metallo, poste di fronte alla sua scrivania occupata su un lato da cartelline ingiallite, sull’altro dal computer e al centro dalle sue braccia flaccide e pelose che sporgono dalle maniche arrotolate.

«Cosa dovete richiedere?» Esordisce con l’aria rassegnata di chi sa di dover scontare ancora molte ore di reclusione in quell’ufficio.

«Ci occorre un “certificato di esistenza in vita” per la signora.» Rispondo io, fissandolo negli occhi e cercando di cogliere ogni sua espressione.

«Bene. Siete già dotati del previsto certificato medico che attesti l’effettiva esistenza in vita?» Rimpalla lui, sicuro di guadagnare così qualche giorno o, nella migliore delle ipotesi, di scoraggiare ogni ulteriore richiesta.

«Molto di più!» Faccio io di rimando «Ho la signora Gina Corbelli qui, viva e vegeta.» indicando con gli occhi l’anziana donna.

Lo sguardo allenato dell’impiegato non tradisce emozioni e si sposta alternativamente tra me la mia anziana vicina di casa. Il suo cuore, inaridito da anni di polvere e scartoffie, sembra comunque ancora vagamente sensibile alla veneranda età della mia vecchia amica infatti gli angoli della sua bocca si muovono impercettibilmente verso l’alto come per annunciare una buona notizia: «Ricorrendone gli estremi possiamo in questo caso sopperire alla mancanza del necessario certificato medico attraverso la predisposizione di una autocertificazione della signora che attesterà la propria esistenza in vita assumendosene ogni responsabilità.»

Mentre parla ha uno sguardo talmente soddisfatto da far supporre che stia dicendo una cosa di senso compiuto e per un attimo tutte le mie certezze vacillano. E se avesse ragione lui?

Tutto ruota intorno alla definizione di che cosa é la vita. Un dilemma che neppure la scienza è riuscita a sciogliere. Quale é il limite oltre il quale un insieme di atomi inanimati riesce a costituire un aggregato definibile vivo? Dove si pone il confine tra cosa è vivo e cosa non è vivo? L’aggregato di atomi che costituisce “la signora Gina” si pone oltre tale confine?

In fondo é possibile che la vita non sia uno stato assoluto, concretamente verificabile, ma semplicemente una nostra personale definizione. E se così fosse come può questo semplice impiegato comunale certificare ufficialmente che la propria percezione di vita, nei confronti della mia vicina di casa, sia reale?

Mentre io sono perso in questi pensieri lui ha già vestito gli abiti dell’impiegato competente ed efficiente e sta ricercando sul computer il modulo adatto.

Lo fisso speranzoso incrociando il suo sguardo spento e annoiato mentre, con la mano tesa, attende che il foglio esca dalla stampante.

Evito di commentare ulteriormente e decido di interpretare diligentemente il mio ruolo in questa commedia dell’assurdo.

Lui ci porge il modello leggendone il contenuto con aria severa: «La sottoscritta consapevole delle sanzioni penali cui puo’ andare incontro in caso di falsità in atti e dichiarazioni mendaci come previsto dall’art. 76 – D.P.R. 445/2000, DICHIARA di essere TUTTORA VIVENTE…»

La signora Gina mi guarda, sempre più disorientata, con l’aria interrogativa e la penna ferma a mezz’aria, sopra il foglio. Aspetta un mio cenno.

«Mi scusi.» faccio io sempre più attonito «Vuol dire che se dichiara di essere viva ma, contrariamente all’apparenza, é già morta, commette un reato e ne risponderà penalmente? Quindi finirà in galera?»

«Esatto!» risponde l’impiegato con l’aria soddisfatta di chi è riuscito a spiegarsi in così poco tempo.

Non riesco a credere che quello che sta accadendo sia vero mentre la donna, sentita la parola “galera”, ha immediatamente posato la penna senza apporre la firma.

«Mi scusi ma le risulta che qualche morto abbia mai dichiarato il falso, sostenendo furbescamente di essere vivo, e sia stato poi punito ai sensi di legge?» chiedo io per capire fino a che punto l’impiegato sia effettivamente cosciente di quello che sta dicendo.

«Non ne sono al corrente ma so che l’amministrazione interviene periodicamente, effettuando controlli a campione su tutte le varie autocertificazioni e quindi io sconsiglio vivamente di rilasciare false dichiarazioni .» Risponde lui con la stessa ostinazione con cui un bovino strattona la corda che gli impedisce di mangiare l’erba più verde cresciuta un po’ troppo in là.

Guardo la signora che mi fissa con aria interrogativa. Le dico di firmare tranquillamente dichiarando di essere “tuttora vivente“. Sono certo che quell’agglomerato di atomi, che da ottantaquattro anni risponde al nome di Gina, si pone sicuramente al di qua del limite filosofico-scientifico tra il vivo e il non vivo.

Lei firma incerta, sugellando la prova definitiva che è ancora in vita.

Rivolgo lo sguardo verso la faccia rubiconda dell’impiegato comunale e, per quanto lo riguarda, non riesco a risolvere positivamente il medesimo enigma.