16/11/2018 - 21:42

Tyoebook 2017

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Typebook 2017

intro di Giacomo Papi

 

Il racconto deriva dalle fiabe, dagli aneddoti degli antichi lunari e almanacchi, e dalle novelle, che furono battezzate così perché allora erano nuove. È una forma di narrazione conchiusa che in comune con i suoi antenati, ha l’economia dei mezzi narrativi e dei fatti narrati, perché a differenza del romanzo, si concentra in genere su un unico evento e su pochi personaggi, sviluppati in una lunghezza che permette la lettura in one sitting, una sola seduta, una sola sessione. Il suo canone si delineò a partire dalla seconda metà dell’Ottocento insieme al successo di autori come Edgar Allan Poe, Nathaniel Hawthorne, Guy de Maupassant, Giovanni Verga e Anton Čechov. Ma è nel Novecento che diventa di massa grazie alla diffusione della stampa periodica e dei libri tascabili. L’alfabetismo di massa crea un nuovo mercato e l’accelerazione dei ritmi di vita impone di accorciare e segmentare anche i tempi della lettura, oltre a tutto il resto.

I racconti – short stories – diedero da vivere ad alcuni dei maggiori scrittori dell’epoca, soprattutto negli Usa: da O. Henry a Dorothy Parker, da Ernest Hemingway a F. Scott Fitzgerald, come dimostra la sua autobiografia per racconti Cento false partenze, appena pubblicata da Belleville. Sulle riviste popolari del dopoguerra, i cosiddetti pulp magazine, al trionfo del genere hard boiled si affianca, fiorisce nel disinteresse della critica, un florido mercato di racconti di fantascienza, che contribuisce a ridefinire il canone del genere, grazie ad autori come Robert A. Heinlein, Arthur C. Clarke, Frederick Brown, Frederik Pohl, Isaac Asimov e, soprattutto, Philip K. Dick. Si rafforza contemporaneamente, anche in Europa, la tradizione letteraria e il racconto incomincia a trovare accoglienza e attenzione da parte della critica. Accade anche in Italia, dove quasi tutti gli scrittori importanti – per dirne alcuni: Carlo Emilio Gadda, Beppe Fenoglio, Cesare Pavese, Giorgio Bassani, Giuseppe Pontiggia, Mario Soldati, Italo Calvino, Alberto Moravia, Goffredo Parise, Dino Buzzati, Primo Levi – usano il racconto per farsi conoscere e mettere a punto le tecniche necessarie a gestire narrazioni più lunghe, come una specie di palestra dove allenarsi al romanzo.

La forma racconto ha una natura paradossale, perché si definisce in base alla lunghezza – o meglio, alla brevità – che però è impossibile definire esattamente. Non si può, cioè, indicare un numero di pagine/battute/parole oltre il quale un racconto si trasformi in romanzo breve o viceversa. La metamorfosi di Kafka, I morti di Joyce, Gioco all’alba di Schnitzler, Bartleby lo scrivano di Melville o Casa d’altri di Silvio D’Arzo – per limitarsi ai capolavori – possono essere di volta in volta definiti «racconti lunghi» o «romanzi brevi» come se a stabilire l’insieme di appartenenza sia la scelta di sostantivo e aggettivo. La definizione di racconto è, quindi, per forza di cose arbitraria, proprio perché quantitativa, come nel paradosso del calvo di Eubulide: deve esistere un capello oltre il quale, o prima del quale, un uomo possa essere definito calvo oppure no.

Nel caso di TYPEE, i confini sono molto chiari, proprio perché arbitrariamente fissati a 7mila battute di limite per gli esordienti e di 14mila per gli scrittori. Sono limiti per certi versi anacronistici in un’epoca in cui chiunque, su Facebook o ovunque su Internet, può scrivere senza misura, come spesso succede. Sono limiti che, però, consentono di definire meglio quello che si vuole narrare, incorniciandolo in una forma che continua ad avere una sua perfezione e a interessare sia chi legge che chi scrive. In otto mesi di vita, su TYPEE sono stati pubblicati più di duemila racconti che testimoniano nell’insieme la persistenza della voglia e del bisogno di storie brevi. Dimostrano, soprattutto, che il racconto continua a essere la scuola dove imparare a scrivere e a gestire narrazioni più lunghe e strutturate.

Nei 27 racconti di TYPEE scelti dalla scuola di scrittura Belleville per il TYPEEBOOK 2017, il primo che pubblichiamo per celebrare il primo anno di vita, si trovano tantissime cose: ci sono bagni per donne che si trasformano in paradisi e paradisi popolati di cammelli, burocrati ottusi che chiedono a un vivo di dimostrare di esistere e una fotografia del Barone Franco Causio, già ala destra della Juventus, su cui è rimasto appiccicato, non si sa come, il rapporto con il padre del protagonista; ci sono anziane signore che non hanno mai avuto gli occhiali e pranzi pantagruelici in famiglie surreali; ci sono invocazioni d’amore e feti in formalina, morti annegati, piccoli cani e principi azzurri (attenzione: «linguaggio esplicito»), vasi greci in frantumi e i pensieri di un pedone bianco rimasto bloccato sulla casella C4. I racconti che abbiamo selezionato formano nell’insieme un repertorio in cui, rispetto al racconto classico, l’importanza della trama tende ad arretrare o a farsi evanescente per lasciare spazio a singoli personaggi, emozioni e situazioni che hanno il potere di rattristare, inquietare o fare ridere, e a essere in qualche misura esemplari. Accanto al criterio quantitativo se ne delinea, quindi, uno qualitativo, che è altrettanto problematico, ma ha il vantaggio di definire il contenuto, invece che la forma. Da questa prospettiva la brevità si rivela un accidente, non la sostanza, una conseguenza del fatto che il racconto, per sua natura, tende a concentrarsi su un unico evento e pochi personaggi, intorno a cui costruire trama e atmosfera, senza disperdersi nei molteplici rivoli che danno forma al romanzo.