19/6/2019 - 9:23

“Fantamorto” di Francesco Merlino – «Laventicinquesimaora 2018.»

Uno dei racconti finalisti dell’ultima edizione de «Laventicinquesimaora».

Dice Tomas Melow di chiamarlo solo Tomas, che essere chiamato per cognome lo fa sentire cattivo e lo fa star male, gli ricorda di non avere altre vite per essere migliore. Ha la mia età, ma dice che studia ancora – con gran sforzo della madre, rimasta vedova. Dice che non si sente di ricoprire alcun ruolo, di svolgere alcun mestiere. Per questo, “aspetta”. Dice che i suoi amici sono tutti così: lasciano che la vita passi loro addosso, fanno finta di niente. Ormai sono allenati a non dar retta ai rimorsi, perché hanno annullato l’importanza di tutto.
Niente reputano importante, tranne “il gioco”.
Dice Tomas che il gioco è l’unica cosa che prendono sul serio, perché “si tratta di soldi”. Si riuniscono ogni sabato, dice Tomas, anche quello passato, intorno alle 23:00, nella taverna di Riccardo Fois.
Ognuno sceglie il nome di una persona qualunque, basta che tutti i presenti la conoscano. Poi si punta, e tutte le puntate le mettono insieme in una cassa comune. Se la persona muore entro una settimana, chi l’ha scelta prende la vincita. A ogni nome corrisponde una quotazione, dice Tomas, e le quotazioni le fa Giorgio Carlini, perché studia finanza. Se è qualcuno di malato o di molto vecchio, può oscillare tra 1,2 e 1,7, se è uno giovane e in forze, allora sale parecchio.
Dice Tomas che finora non aveva mai vinto. C’era andato vicino una volta, con Bud Spencer, ma l’aveva giocato la settimana precedente a quella che è morto davvero, in cui invece aveva scelto Clint Eastwood.
Dice Tomas che quella sera erano tutti ubriachi e avevano fumato – i test lo confermano. Dice che “sparavano stronzate” e nessuno sapeva cosa giocare. Allora gli è venuto in mente il nome della vittima. Lo conoscevano tutti perché tutti erano stati almeno una volta a casa sua, quindi la giocata era regolare, anche se un po’ di cattivo gusto. Ma, dice Tomas, questo non gli importava. In fondo le sue scelte non cambiavano le cose, non l’avevano mai fatto, e poi “quello lì” la morte la meritava. Per come trattava sua madre.
Dice Tomas che poi hanno continuato a bere, fino a perdere la cognizione del tempo. Di essersi risvegliato sul divano di Fois ed essersi ricordato che quella mattina si celebrava la messa per suo padre. Essersi sciacquato la faccia e aver corso a perdifiato fino alla chiesa, pensando alle lacrime sul volto di sua madre che fanno sempre la stessa strada perché seguono le rughe.
Non ha fatto in tempo ad arrivare. Era già pomeriggio.
Tornato a casa, sua madre non c’era. La vittima guardava il televisore nel soggiorno. Veduto il ragazzo, gli avrebbe detto che sua madre aveva pianto – cito – “come una puttana”, perché non l’aveva visto alla messa, che non la smetteva più. Allora ci aveva pensato lui a farla smettere. Che poi era andata da un’amica, quella di sempre.
Dice Tomas che l’uomo se ne stava a gambe larghe sul divano e la cintura era ancora lì sul cuscino, “come una pelle di serpente al sole”. Che su quel divano ci sono i soli ricordi che ha di suo padre, mentre gioca con lui agli sciatori.
Anche mentre moriva, dice Tomas, la vittima non perdeva la sua “faccia di cazzo”. Dice che solo questo gli dispiace: non aver visto la paura nei suoi occhi, ma solo “l’incurabile abitudine al male che gli aveva modellato la pelle”. Pelle che diventava sempre più viola man mano che stringeva la cinghia.
Dice Tomas di essere rimasto ore a guardarlo. Di non aver pianto e che in verità non sa affatto che strada facciano le sue lacrime.
Poi, verso mezzanotte, ci ha chiamato. Gli tocca “un bel gruzzoletto”, dice.