26/8/2019 - 3:01

Il racconto vincitore di mezzograd°

 

“Nato dall’utero di una sapiens” di Caucasica

 

Polo Nord, 2166 – Grattacielo delle Nazioni Artiche

La grande sala vetrata affaccia sulle verdi scogliere a picco sull’Oceano del Nord, a molti chilometri di distanza la curvatura della cupola di vetro si congiunge con il mare. Rami la considera un’offesa al panorama, vorrebbe trovare un modo di renderla invisibile ma la qualità estetica dell’ambiente non è uno dei punti all’ordine del giorno.

– Vi ringrazio di essere accorsi con così poco preavviso, – Rami si volta a guardare le persone riunite attorno al tavolo ovale del suo ufficio: capitani dell’esercito, medici e ricercatori. Tutti algidi.

Quando sei nato, l’ostetrica ha vomitato.

Dovresti stare in gabbia come gli altri animali.

Tua madre si è scopata un rettile per farti uscire così brutto?

I bambini erano i più creativi, ma gli adulti li superavano in crudeltà: Anfibio, Bambino Rettile, Mostro Freddo. La sua pelle coriacea lo proteggeva dalle botte e dalle aggressioni dei sapiens della favelas di Helsinki in cui viveva con la madre, ma non era impermeabile alle parole, che lo colpivano in profondità.

Rami era diverso, non poteva dimenticarlo, nessuno gli permetteva di farlo.

Lui non era uno di loro, non era un sapiens, era un algidus.

– Non abbiamo tempo per i convenevoli, le insurrezioni di Uusinki si propagano per tutte le Terre Artiche. I rivoltosi stanno progettando una guerra civile, – continua Rami mentre nella sala scende il buio e un video scorre alle sue spalle. – L’intelligence ha scoperto a Uusinki un traffico di armi nucleari con i sapiens del Fronte Cinese. Attaccheranno le cupole: il primo obiettivo sono le nursery del progetto Bambini Freddi. Vogliono colpire i nostri figli.

– Ma non ha senso, – risponde una donna con occhi a mandorla simili a quelli dei sami. – Sarebbero i primi a morire a milioni se usassero delle armi radioattive.

– Sono troppi e non hanno paura di morire, – interviene un uomo giovane vestito in abiti militari. Deve avere meno di quarant’anni, la sua pelle non si è ancora inspessita e indurita in una corazza bronzea. – Risolviamola come hanno fatto nel Regno Europeo Unito, schiacciamo quegli animali con le bombe a ultrasuoni. Radiamo al suolo la favelas di Uusinki e facciamogli capire una volta per tutte chi comanda.

– Non basterà, – scuote la testa Rami. – Dobbiamo liberarci dai sapiens, definitivamente.

Nel 2120 il mondo era devastato dal surriscaldamento globale. Rispetto al secolo precedente la temperatura del pianeta era aumentata di quattro gradi centigradi, le specie animali si erano ridotte del 18% e il ghiaccio artico era quasi completamente sciolto. La differenza tra i ceti sociali era abissale, le città erano pressoché disabitate e si dividevano in distretti ben separati: da una parte i poli scientifici scintillanti, dall’altra le cupole refrigerate dei ricchi e poi tutto attorno le favelas, costruite con materiali di scarto industriale, sovrappopolate e a rischio sanitario.

Molti dei poveri erano migrati a Nord, in cerca di fortuna nelle nuove Terre Artiche emerse dopo il disgelo, mentre i pochi rimasti sopravvivevano come potevano: lavorando nelle serre agricole, nelle enormi discariche, oppure immolando il proprio corpo alla sperimentazione scientifica.

La madre di Rami era stata una di questi ultimi, aveva donato il proprio utero alla scienza.

Fin dalle prime nascite era stato chiaro che i risultati superavano ogni previsione. Non c’erano precedenti dai tempi dell’esplosione di Chernobyl nel 1986, dal disastro di Fukushima nel 2011 o dall’ondata nucleare di Laguna Verde, la centrale messicana sommersa dall’improvviso innalzamento delle acque nel 2037. I nuovi nati erano diversi dalle madri, ma le mutazioni non erano un errore della natura, erano bambini costruiti in provetta: pelle maggiormente cheratinizzata per resistere alle radiazioni, addome espanso per contenere polmoni più grandi, cuore ipertrofico con 40 battiti al minuto, temperatura corporea di 32 gradi per resistere al caldo e corteccia prefrontale più sviluppata.

Rami era stato uno dei primi individui della nuova specie di uomo dalla caratteristica pelle fredda e squamosa, l’homo algidus.

Dopo pochi anni il progetto fu chiuso e Rami crebbe da solo in mezzo ai quasi dodici miliardi di sapiens che popolavano la Terra.

Più resistente fisicamente e mentalmente più sviluppato, imparò presto la dura legge dell’evoluzione: sopravvive solo il più adatto. E lui lo era più di tutti gli altri.

Rami sposta di nuovo lo sguardo verso la cupola di vetro che riflette l’immagine del Grattacielo delle Nazioni Artiche. Ripensa a sua madre, alle mani calde che gli accarezzavano la pelle fredda, alla sua fragilità, alla magrezza dell’ultimo stadio del cancro, al vomito giallo che usciva dal suo corpo emaciato.

Si schiarisce la gola, tutti gli occhi sono su di lui. – Abbiamo già una soluzione, siete stati convocati per metterla in pratica: dovrete progettare il contenimento di un’epidemia. È ora che l’evoluzione faccia il suo corso.