15/11/2019 - 19:37

I due Scelti da Belleville su TYPEE

(8 – 14 luglio)

 

Pallottoliere

di Irene

Sposto le palline da una parte all’altra. Colorate, somigliano ai fagioli che trovavo sugli scaffali del supermercato in primavera. Fuori dalla finestra impazza la tempesta. Sono alla fine del mondo e alla fine della storia, la sabbia ricopre la tenda della veranda, l’orto con le poche cose che il nonno è riuscito a piantare prima di morire. Ricopre la tomba di Rio, il mio vecchio husky e il piccolo altare che ho costruito per Norma, prima di andare alla clinica e chiedere al medico di fare il raschiamento. Era un obiettore; prima dell’inizio delle tempeste non lo avrebbe mai fatto, forse. Ma ora non importava più: gli idoli, gli dei le sporche morali private. Spazzate via dal calore e dal buonsenso di chi deve solo sopravvivere. Morirà di caldo dopo pochi giorni, mi aveva detto. Aveva un sorriso storto, il cinismo di chi ha detto l’ultima preghiera.

Il vento era arrivato anche a Roma. Immaginavo il Colosseo sommerso da una duna di sabbia, le povere rovine che emergevano, un bambino un giorno lontano sarebbe inciampato su una pietra e avrebbe chiuso il cerchio della memoria della nostra povera civiltà.

Sposto le palline da una parte all’altra. Colorate, somigliano ai fagioli che trovavo sugli scaffali del supermercato in primavera. Fuori dalla finestra impazza la tempesta. Sono alla fine del mondo e alla fine della storia, la sabbia ricopre la tenda della veranda, l’orto con le poche cose che il nonno è riuscito a piantare prima di morire. Ricopre la tomba di Rio, il mio vecchio husky e il piccolo altare che ho costruito per Norma, prima di andare alla clinica e chiedere al medico di fare il raschiamento. Era un obiettore; prima dell’inizio delle tempeste non lo avrebbe mai fatto, forse. Ma ora non importava più: gli idoli, gli dei le sporche morali private. Spazzate via dal calore e dal buonsenso di chi deve solo sopravvivere. Morirà di caldo dopo pochi giorni, mi aveva detto. Aveva un sorriso storto, il cinismo di chi ha detto l’ultima preghiera.

Il vento era arrivato anche a Roma. Immaginavo il Colosseo sommerso da una duna di sabbia, le povere rovine che emergevano, un bambino un giorno lontano sarebbe inciampato su una pietra e avrebbe chiuso il cerchio della memoria della nostra povera civiltà.

La sabbia è qui, inizio ad avvertire il prurito sulla pelle, i piccoli pizzicotti dei granelli sul volto. E conto le palline sul pallottoliere.

Uno. 

La fotografia della mia famiglia. Mio fratello è emigrato a nord, in Olanda prima, in Pennsylviania poi. Quanto riuscirà a fuggire?

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Am Lugeck 7

di Sara Albertin

Il vecchio Stanley proclamava ubriaco

nel suo italiano stentato e sdentato

“Una bella compagnia!”

Come si illuminava vedendoci

con quel cappello londinese a cilindro colorato

vagava intorno alla panchina

che accoglieva la nostra gioventù reduce

dodici ore filate per lavorare

coppe in bilico su mani inesperte, vasche di gelato e clienti che farfugliano

e le restanti dodici ore per vivere e dormire

Ma eravamo bambini

e Vienna la nostra giostra

la panchina il nostro monumento

Stavamo al centro esatto del mondo

dentro e fuori di noi

tutti già in fuga da qualcosa

All’ombra del duomo di Stephansplatz

stanchi e innocenti

invincibili e incoscienti

come solo i giovani

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