13/11/2019 - 16:06

 

Carmen nel deserto

di Laura Pariani

 

Cinque del pomeriggio. Sulla piazza di Chilecito il tassista mi guarda con disapprovazione quando gli dico dove sono diretta. Mi avverte che in quel posto ci abitano due streghe: «Saranno anche giovani e bellocce, ma sul fatto di essere brujas non ci piove: chi andrebbe mai ad abitare su quella pietraia, in mezzo a serpenti e scorpioni? Non le pare, madre?». L’appellativo di “madre” che nel nordovest argentino mi sento affibbiare di continuo – in quanto gringa non più giovane – mi fa come al solito sobbalzare. L’uomo insiste per un po’, ma quando alla fine si rende conto che non ho intenzione di cambiare idea e che mi rivolgerò a un altro tassista, scrolla le spalle, mi apre la portiera e mette in moto.

Usciamo da Chilecito diretti a nord: sabbia, rocce nere, cactus a candelabro, due avvoltoi appollaiati sulla carcassa di un asino gamb’all’aria. Il tassista tossicchia cercando di chiacchierare a baobabào; prova perfino a fare dello spirito sulla bellezza delle streghe: «Si figuri, madre, che il pastore della nostra chiesa evangelica domenica scorsa ha chiesto dal pulpito: “Fratelli, se doveste scegliere tra una donna bella, con tutte le morbidezze ben distribuite, però marcia en el corazón, e una donna brutta ma pura d’animo, voi cosa scegliereste?” Secondo lei, cosa dovevamo rispondere, madre? … Per farlo contento abbiamo detto in coro che sceglievamo la bruttona. E allora il pastore scoppia a ridere e dice: “No, fratelli, dovete scegliere la bella, perché le brutte non possono mai diventare belle, mentre le belle streghe si possono convertire”…». L’uomo sospira nuovamente, perché non gli do corda.

Dopo una ventina di minuti eccoci finalmente arrivati… Le due proprietarie – quelle che il tassista definiva brujas – mi si fanno incontro: Rebeca – gran sorriso, criniera di riccioli rossi e falcetto appeso alla cintura – e Miriam con una lunga treccia nera. Mi presentano le figlie, Marta e Celia, di 8 e 5 anni. «Abitiamo qui da quattro anni» mi spiega Rebeca. «Fin da quando ero niña, avevo la passione dei fiori del deserto. Così, quando ho potuto, ho comprato questa fetta di montagna, costruito terrazzamenti a colpi di piccone e piantato cactacee di tutti i tipi».

Contemplo ammirata il singolare orto botanico che mi circonda: piante grasse bislunghe, sferiche, spinose, lanose, costellate di fiori dai colori squillanti. Chiedo se non hanno paura di serpenti e scorpioni.

«Culebras, escorpiones e ragni-pollo li allontano mettendo tutte le mattine per un paio d’ore della musica heavy metal a balla» dice Rebeca, «e lo stesso faccio la sera, quando cala il sole». Ride davanti ai miei occhi sgranati: «A quelle bestie no les gusta».

Arrivano altri visitatori, le due donne si allontanano. Resto sola con le bambine.

«Che lavoro fai?» mi chiede la più piccola. Spiego che il mio mestiere è raccontare storie. «Allora raccontami questa» aggiunge indicando la copertina del cd che spunta dalla tasca del mio zainetto: ci è raffigurata Carmen in abito rosso a balze, in una mossa da flamenco.

Raccontare la Carmen di Bizet? Mica facile. Comunque obbedisco: dispongo la scena e il tempo, tratteggio i personaggi…

«Ma se lui la voleva ammazzare, perché lei non è scappata?» domanda Celia. La sorella maggiore le dà di gomito: «Non vedi che scarpini col tacco alto!» sbuffa indicando le calzature dell’illustrazione. «Con quelli non si va lontano». Ridiamo all’unisono guardando le nostre scarpe da ginnastica impolverate: con queste sì che si può correre, e magari salvarsi. Mi viene da pensare agli affascinanti tacchi a spillo della Barbie, modello femminile per le bambine di tutto il mondo; oppure ai piedi fasciati delle cinesine di un non lontano passato… Da sempre una calzatura può fare la differenza nelle scelte della vita.

«Ci fai sentire la musica?»

Accendo il mio apparecchietto, scelgo una traccia, alzo il volume più che posso:

L’amour est un oiseau rebelle

Que nul ne peut apprivoiser,

Et c’est bien en vain qu’on l’appelle,

S’il lui convient de refuser…

In un attimo la habanera rimbalza sui terrazzamenti della pietraia. Poi le bambine si mettono in piedi e cominciano a ballare a occhi chiusi, imbevute di musica.

«Cosa dicono le parole?»

«Dicono che l’amore es un pajaro salvaje. E che le donne non possono essere addomesticate…»

Ridono, il viso paffuto scuro di sole, le pupille nerissime nella fessura degli occhi. Spero che, quando saranno grandi, Celia e Marta non avranno bisogno di scappare per sopravvivere; e che nessun uomo osi più chiamare bruja una donna che decide di infrangere certe regole e vivere senza un maschio al fianco.

Più tardi merendiamo con semi di zucca salati e mate. Mi godo la sera che scende, gli occhi brillanti di una volpe ai margini dello spiazzo, la stupefacente bellezza del tramonto nel deserto.

Annotta; come mi aveva preannunciato, Rebeca mette a balla un cd di heavy metal per tener lontani scorpioni e ragni.

Sul cancello viene l’ora degli abbracci. Marta, la bambina più grande, mi si avvicina e mi sussurra all’orecchio: «Io sarò sempre un pajaro salvaje».