19/2/2020 - 8:05

I finalisti del premio Laventicinquesimaora, quinta edizione

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Al concorso Laventicinquesimaora 2019 hanno partecipato più di 400 racconti. La traccia era: C’era una volta… tra dieci anni. Scrivete un racconto al passato remoto ambientato nel 2029. I partecipanti hanno avuto venticinque ore per scrivere un testo di massimo 3600 battute.  
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La Giuria, composta da Giacomo Papi (direttore della Scuola Belleville), Letizia Muratori (scrittrice), Giulia Ichino (editor), Giacomo Raccis (critico letterario) e Michele Turazzi (agente letterario), ha scelto i tre racconti migliori: Il Melo, di Michela Lazzaroni; Il problema del tempo, di Eleonora Maria Daniel; Senza conseguenze, di Monica Vinco.
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La Giuria segnala altri due racconti, esclusi dalla rosa finalista perché non usano il passato remoto come tempo prevalente della narrazione, come richiesto dalla traccia, ma che per qualità e originalità meritano almeno una menzione: Paura domani, di Michele Morselli e Scusa Cina mi dispiace, di Matteo Gatto. 
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Dall’edizione di quest’anno emerge una visione condivisa del futuro prossimo, dove le atmosfere distopiche e l’attesa apocalittica non lasciano speranza alla redenzione del genere umano o alla fiducia nel progresso, ma spesso permettono anche toni lievi, perfino comici. Tra i temi più affrontati: il disastro ambientale, la fine del pianeta Terra, la dipendenza dalla tecnologia, il controllo sugli uomini da parte dell’intelligenza artificiale e la rinuncia alla privacy. Nel loro insieme i racconti rappresentano, con buona qualità, il sentimento e l’immaginario collettivo della nostra epoca. 
 
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Per questa ragione abbiamo deciso di raccogliere i migliori testi in un eBook che si intitolerà 2029 e che uscirà nel corso dell’anno. 

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I racconti vincitori e le motivazioni della giuria:

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1° classificato

Il melo

di Michela Lazzaroni

Motivazione: È un racconto che ha grazia. L’autore riesce, in poche battute, ad amalgamare ambientazione distopica e costruzione dei personaggi. La voce narrante arriva da lontano, ma risuona familiare come a dire che, anche nella catastrofe, qualcosa dell’uomo rimarrà umano.

 

Il nido era delicato e inerme, con tre uova celesti al centro. Lo spinsi giù senza rimorso.

Ricordo che lo guardai cadere sporgendomi dal melo, con le gambe intrecciate sotto al ramo. Ero molto in alto, tre metri almeno, e sarei potuta scivolare e ammazzarmi, lo sapevo, ma l’idea di morire era ancora pura teoria per me. Era il 2029, molti anni prima che tu nascessi, e a quel tempo si parlava spesso della morte. Non mi toccava, lo consideravo un discorso futile, da grandi, una cosa che non poteva capitare a me o ai miei genitori o ai nonni. Ero in quell’età in cui l’amore e la carne sono ancora immortali.

Tenni d’occhio la casa dondolando le gambe, ma nessuno uscì per sgridarmi o protestare. Mi indispettì che fossero troppo impegnati con le valige per darmi retta. Erano passati forse dieci minuti quando cominciai a fischiare, non ricordo la canzone perché fischiavo talmente forte da distorcerla; funzionò quasi subito.

La nonna apparve nella cornice della porta e guardò in su. Non sorrise, era il suo modo per prendere sul serio quella mia piccola ribellione, e gliene fui grata.

«Vieni giù».

«No».

«Vieni giù» con più cattiveria.

«No».

Chiese quanto intendessi restare là appollaiata e io risposi che sarei rimasta fino al giorno dopo e a quello dopo ancora, e quando l’ultimo abitante della città avesse stipato l’auto di stoviglie e lenzuola e bambini, e fosse partito verso l’autostrada, io sarei stata ancora sul melo a vivere con i merli, anche se i merli non c’erano più.

A quel punto ricordo che la nonna posò una mano grinzosa sul tronco, corteccia su corteccia, e disse: «È inutile tesoro, questo andrà sotto».

Dicevano così, “andare sotto”, come “andare sotto le coperte”, parole che sapevano di tepore e di sonno, e odiavo che le usassero per una cosa così fredda, pesante e gonfia come il mare, che presto avrebbe sommerso tutto, la mia casa, la mia stanza, il mio melo. Per me, che non avevo mai dovuto dire addio, nemmeno a un pesce rosso o a un vecchio maglione, lasciare tutto era inconcepibile quanto lasciare lì la mia pelle e andarmene in giro solo ossa e muscoli. Non avrei rinunciato a niente, non mi sarei fatta scacciare, e del melo avrei fatto la mia roccaforte.

Questo è il punto della storia in cui mia nonna fa la magia, dice qualcosa di molto saggio e molto giusto, e mi convince che la casa e la stanza e il melo non sono reali, e la vera casa, la vera stanza e il vero melo sono i bei ricordi che vivono dentro di me, e finché avrò cura di conservarli esisteranno per sempre, e per questo ora li racconto a te che hai l’età che avevo io allora.

Forse finì davvero così, mi piacerebbe, ma chi può dirlo ormai. La verità è che anche la memoria è andata sotto, come tutto. I ricordi non sono diversi, per quanto ti ci aggrappi a un certo punto vengono sommersi dal tempo, dalla vecchiaia, dalla malattia. Non puoi evitarlo come allora non potemmo evitare l’acqua. A volte è semplicemente troppo tardi.

Non ho memoria di come finì quel giorno, né i giorni successivi, né quelli precedenti. Il pomeriggio che salii sul melo è l’ultimo ricordo che mi sia rimasto, il mare s’è portato via il resto.

Se c’era una morale non la so più. Amore mio, anche se non so chi sei, inventala tu per me.

 

2° classificato

Il problema del tempo

di Eleonora Maria Daniel

Motivazione: La scrittura è sicura e incalzante, percorsa da lieve umorismo. Eppure il ritirarsi della creazione per volontà del Creatore produce inquietudine crescente e di giorno in giorno convince che forse per le cose che sono sarebbe stato meglio non essere.

 

Così Dio in sogno disfa quello che ha fatto da sveglio.

Questo il problema del tempo.

Alberto Savinio

E Dio pose fine al riposo del settimo giorno. Si svegliò, scrollò le spalle larghe e si stirò la barba sciupata; infine diede una raddrizzata all’aureola sul capo. Guardò dabbasso ed ebbe la nausea per le vertigini. Finalmente capì: niente incubi. Il lungo sonno alle sue spalle si fece una colpa: il creato gli parve una massa sfrigolante sull’unta superficie terrestre. Rivoltò i corpi umani per abbrustolirli anche sul lato opposto. E fu sera e fu mattina: primo giorno.

Dio osservò in silenzio. Ascoltò la rinuncia alla pelle di bestie e rettili, li osservò strapparsi le squame e abbruttirsi il pelo. Poi vide l’uomo e non apprezzò la sua immagine e la sua somiglianza; liquidò il tutto a fotografia malriuscita, a peccato non imputabile al modello. Spuntò dall’elenco la voce moltiplicarsi: 8 miliardi e mezzo di persone. Abbastanza, per delle storpiature. Ma Eva? E Adamo? Con la destra spazzò l’aria davanti al torace. Il ventò soffiò via l’umanità. E fu sera e fu mattina: secondo giorno.

Dio allora vide la terra senza uomo né bestie: un grumo d’acqua e aria, mostri marini, infinite aperture alari, pesci insulsi e cinguettii. Ancora non seppe parlare e strappò gli uccelli dal cielo e i pesci dalle acque. Di entrambi osservò lo sguardo strabuzzato dei moribondi, lo spasmo convulso di branchie e polmoni. In entrambi la pena dell’aria. E fu sera e fu mattina: terzo giorno.

E Dio finalmente disse: «Niente più luci nel firmamento del cielo», e così avvenne. Il mondo perse il sonno e la veglia, e l’avvicendarsi delle stagioni e i giorni e gli anni. Fine delle luci e fine del tempo coincisero, e Dio guardò l’ultimo calendario lasciato dagli ultimi uomini e sobbalzò. 2029. Ancora una volta si stupì della durata della dormita. E non fu più sera e non più fu mattina e Dio vide la bontà della cosa: quarto giorno.

Dio ricordò le geometriche arature dei campi, gli alberi ingialliti dall’autunno, i frutti caduti. E finalmente decise di scendere sulla terra. Ma i piedi toccarono erba marcia e le mani colsero frutti marci: il tramonto del sole fu il tramonto della fotosintesi. Allora Dio squarciò il terreno e distrusse le radici di baobab e primule, di salici e girasoli. Di ogni albero o fiore o cespuglio o filo d’erba estirpò l’origine. Dio vide la ragionevolezza della cosa. E non fu più sera né mattina: quinto giorno.

Nella penombra dei cieli ora spenti, Dio inciampò e scivolò in un fossato. Si maledisse. Comprese l’insensata esistenza dell’acqua e la sua ormai vuota divisione dall’aria. Così smise di chiamare terra l’asciutto e mare la massa delle acque e gli parve saggio il loro rimestarsi. E nuvole e onde furono una sola spuma. Non si videro la sera e la mattina: sesto giorno.

E Dio, sulla terra informe e deserta, volle sperimentare la cecità totale e disse: «Buio», e buio fu. Le tenebre ricoprirono l’abisso e lo spirito di Dio già orbo perse la voce e perse la strada di casa. Settimo giorno.

 

3° classificato

Senza conseguenze

di Monica Vinco

Motivazione: L’imminenza della catastrofe è l’ideologia della contemporaneità. Nel racconto la possibile caduta di un asteroide sulla Terra replica, usando con buona padronanza gli stilemi del racconto fantascientifico, la condizione in cui negli anni Sessanta si attese la bomba, nel 1999 il millennium bug e oggi il riscaldamento globale.

 

Mamma e papà non li presero sul serio. Per quasi un anno, i vicini di casa avevano parlato dell’asteroide che avrebbe colpito la terra, proprio qualche giorno dopo Pasqua: un nuovo giorno del Giudizio.

Erano sempre stati un po’ folli, con la loro fissazione per la religione e le innumerevoli ridicole regole che guidavano la loro vita. Mamma e papà ci risero su.

Poi cominciarono le esercitazioni a scuola. Eravamo abituati alla voce metallica che ci avvisava, con circa trenta secondi di anticipo, dell’arrivo di un terremoto e sapevamo che dovevamo metterci sotto i banchi, con le borracce dell’acqua e il localizzatore GPS, per facilitare i soccorsi. Conoscevamo bene anche gli allarmi climatici: sapevamo che quando le radiazioni solari superavano il livello di guardia i normali occhiali da sole non bastavano più, ed era necessario usare quelli schermati. Ma l’allarme anti-asteroide era nuovo, e ancora non si capiva bene come avremmo dovuto reagire. Ci raccomandarono di avere sempre con noi lo zainetto con i beni di prima necessità e lo smartphone, che avrebbe dato chiare indicazioni “in base al contesto”. Dopo la prima esercitazione misi Simba, il mio leone di peluche, nello zaino.

I media cominciarono a dedicare sempre più ampio spazio all’asteroide, seguendone da vicino la traiettoria. Esperti, soubrette, calciatori e politici affollarono i podcast più famosi per descrivere i loro rifugi anti-Apophis. Scienziati e divulgatori scientifici invitarono a mantenere la calma, parlando di fake news e smentendo le ricostruzioni più allarmistiche. Mamma e papà dissero che non c’era motivo di preoccuparsi.

I nonni chiamarono da Oviedo, dove si erano trasferiti poco dopo la mia nascita, attirati dalla più clemente tassazione spagnola e dalla marijuana terapeutica, invitandoci a raggiungerli. La Torca del Cerro del Cuevon, tra le più profonde d’Europa, era stata indicata come uno dei posti migliori in cui rifugiarsi in attesa dell’apocalisse.

Mamma e papà non vollero arrendersi alle notizie antiscientifiche; ridendo degli allarmi ingiustificati, delle ansie degli anziani, dei titoli sensazionalistici, mi ripeterono di stare tranquilla. Ci volle qualche settimana perché il veloce controllo di prezzi e orari dei voli diventasse un’abitudine serale.

A scuola, cominciammo a giocare ad Apophis: gruppi di bambini che correvano uno contro l’altro e si buttavano a terra, urlando e rotolandosi per spegnere le fiamme che, ne eravamo certi, circondavano chi veniva colpito da un asteroide.

Le tutine anti-radiazioni divennero introvabili, i supermercati vennero saccheggiati. Mamma e papà smisero di ridere e cercarono di comprare i biglietti per Oviedo. Il governo spagnolo bloccò gli accessi al Paese, già invaso nelle settimane precedenti.

Il 13 aprile 2029 le scuole restarono chiuse, la pioggia cadde copiosa e tutti restammo chiusi nelle nostre case, chi pregando, chi ostentando tranquillità, chi piangendo. L’Europa, flagellata da maltempo e temporali da giorni, restò in ansiosa attesa.

Apophis passò a circa 31mila km dalla Terra, senza conseguenze.

Tornammo rapidamente alla vita di sempre. Papà pianse per mesi, pensando ai nonni nella grotta, alla paura che dovevano aver avuto mentre l’acqua saliva, chiudendo ogni possibilità di uscita e spegnendo ogni respiro.

A scuola dimenticammo presto l’asteroide, ma ogni tanto giocavamo alla grotta, tirandoci le felpe sopra il viso e trattenendo il fiato, in un buio artificiale e caldo, finché non cedevamo e tornavamo, ansanti, a cercare l’aria.

 

I racconti menzionati:

 

Scusa Cina mi dispiace

di Matteo Gatto

 

La traccia che mi avete dato è molto bella perché posso raccontare come sono morta e quanto mi dispiace perché per colpa mia tante persone sono morte. I miei genitori mi dicono sempre che è importante dire che ho capito e che non lo farò più, perché solo così posso prendere il diploma. Quindi volevo ringraziare prima di tutto la Correttrice per questa traccia molto bella. Grazie Correttrice.

Allora non ricordo molto di come morii perché c’era troppa luce e troppi soldati. Mi urlarono di stare fermo e io lo feci ma loro spararono lo stesso perché le leggi erano MARZIALI e quando i soldati sono MARZIALI sparano anche se tu fai quello che dicono. Lo fanno anche se prima eri il Presidente, anzi soprattutto se prima sei il Presidente ma poi non lo sei più, soprattutto se non lo sei più perché hai fatto una cosa brutta.

Ricordo solo che ero tanto stanco e fui quasi contento quando mi presero perché ero rimasto sotto terra nascosto per tanti mesi, quasi otto mesi, e stare sotto terra nascosto è anche più brutto soprattutto se sei da solo. Era la vigilia di Natale del 2029 e ricordo che mi fecero gli auguri prima di spararmi, risero anche, quindi grazie per gli auguri.

Alle Elementari Correttive ho imparato che fu il Presidente scelto dopo di me a creare la Correzione il 31 dicembre 2029. Ero morto da una settimana. Dopo che distrussi la Cina e dopo che la Cina bombardò l’America, quando la Polvere se ne fu andata e tutti divennero capaci di ricordare chi erano nelle vite prima di questa, il nuovo Presidente voleva essere sicuro che nessuno dei cattivi, quando moriva, tornasse cattivo anche quando rinasceva. Così l’adulto che nella vita prima era morto da cattivo poteva crescere come un bambino buono se lo Correggevano da subito alle Elementari. E se le altre persone sapevano che quel bambino sarebbe cresciuto buono, lo lasciavano stare invece di cercare la Vendetta. Prima dell’invenzione delle Elementari invece tutti cercavano la Vendetta per non correre i rischi. I rischi che i bambini crescessero ancora cattivi intendo.

PER ESEMPIO. La mia Correttrice dice che sono una brava bambina, ma tutti sanno che il Presidente che ha premuto il Pulsante è rinato, e per questo non devo raccontare a nessuno chi ero e cosa ricordo fino a quando avrò finito le Elementari, perché quelli che ho ucciso quando ho premuto il Pulsante magari vogliono la Vendetta. Però la Vendetta è una cosa che non sarebbe solo contro di me (e mi va bene) ma anche contro i miei genitori (non mi piace). E loro già si sono spaventati quando hanno scoperto che prima di essere me ero il vecchio Presidente.

Mi mancano ancora due anni al diploma e se le persone riescono a fare la Vendetta contro i bambini prima della fine della scuola a volte la Legge gli dà ragione perché prima del diploma i bambini non sono ancora Corretti. Se invece non mi trovano e finisco la scuola, la Legge dice che chi fa la Vendetta a un bambino Corretto deve essere imprigionato fino alla morte, riacciuffato quando nasce e imprigionato ancora finché muore di nuovo. Comunque se sto zitta non credo che mi trovano perché ora sono una bambina e ho i capelli neri e ricci. Quando ero Presidente invece ero vecchio con i capelli gialli. E urlavo tanto e invece adesso sono brava, quindi spero che le persone che vogliono la Vendetta non mi trovano perché anche se magari hanno ragione a volermi ammazzare per non correre i rischi, la Vendetta un po’ mi fa paura. E poi chi mi ammazza diventa cattivo e quando rinasce deve essere Corretto e si ricomincia da capo.

Ah sì dimenticavo una cosa importante: scusa Cina mi dispiace.

 

Paura, domani

di Michele Morselli

 

[Il testo seguente è stato generato automaticamente da InNarrate]. “La fantascienza è un’arma spuntata: prolunga l’orizzonte della paura di oggi sul domani, ma non permette di esplorare davvero cosa sarà la paura domani” (Brown 2022). “Solo nel 2029 verrà trasmesso il primo programma televisivo scritto e ideato integralmente da un’intelligenza artificiale. Il taiwanese Dating in Taipei fu però un flop. Lo show replicò a tal punto i toni da soap opera dei suoi concorrenti da far passare in secondo piano il suo rivoluzionario processo di scrittura. All’estero, il format non ebbe maggior successo. Fu però allora che si cominciò a ripensare il concetto di creatività applicato al machine learning: le macchine non dovevano scrivere come le persone; per loro si trattava di trovare un posizionamento inedito, a metà strada tra un’operazione di marketing convincente e una poetica” (Matheson 2039). Da Wikipedia, Dating in Paris, 30 novembre 2029, “Ahjab & Claire”. [Visualizza]. [Riassunto]: “Una curiosa storia d’amore durante il grande shutdown digitale dello scorso gennaio. Ahjab è uno dei primi digital food ambassador di Parigi. Quando riceve l’ordine di consegna di Claire, il suo sistema di mapping integrato smette improvvisamente di funzionare. Ahjab si trova così perduto nella banlieue parigina, alla ricerca dell’unico civico che gli è permesso di visualizzare. Nel frattempo, Claire è intrappolata in casa: anche il suo sistema di domotica non risponde più a nessun comando”. Da Dating in Paris, “Ahjab: Ero molto preoccupato. Non volevo una cattiva recensione, perché poi diventa più difficile farsi assegnare nuove consegne e se non raggiungi il limite settimanale, perdi il lavoro. Tutti nel quartiere erano oscurati. Non sapevo a chi chiedere”. “Claire: Vedevo una figura blu elettrica camminare su e giù lungo la strada. Aveva il logo di Foodoo. Urlavo dall’altra parte del vetro ma non potevo sapere se stesse guardando nella mia direzione. Non credo neppure che potesse sentirmi”. “Ahjab: Alla fine, tutto si è risolto per il meglio. Ma è stato un puro caso! C’era questa vecchia signora, lei riusciva a vedermi. Non riuscivo a spiegarmelo. Non aveva il mio stesso income rating”. “Claire: per fortuna c’era una mia vicina. È una vecchietta adorabile, sono felice di non averla oscurata. È stata lei a portare qui Ahjab, e a spiegargli la situazione. Per lui ero solo una sagoma costumer. Hanno dovuto forzare la porta d’ingresso. Il sistema di riconoscimento fenotipico era fuori uso come tutto il resto, oppure gli avrebbero sparato [ride]”. “Ahjab: penso che Claire mi abbia sbloccato soprattutto per riconoscenza, all’inizio. Non avrebbe mai potuto matcharmi altrimenti. L’unico suo parametro di gradimento a cui corrispondevo era l’altezza, eppure guardaci adesso! [ride] [Claire è nell’inquadratura con Ahjab, sorridono alla telecamera]”.

 

«Non possono mica succedere davvero queste cose, no?». Mia moglie aveva un’inquietudine nello sguardo che non riuscivo a spiegarmi. «No, non possono. Chi è opaco rimane opaco, amore». Si accoccolò al mio fianco, contro la spalliera del letto. «E se qualcuno riuscisse a vedere quelli bloccati?». «Nessuno può vedere una cosa che non gli piace oggi». «E se vuole?». Mai avrei pensato che un adulto potesse lasciarsi turbare tanto da InNarrative. Era solo una storia, vecchio materiale assemblato per spaventarci. «Nessuno vuole».