20/9/2020 - 12:27

In memoria di Luis Sepúlveda, al suo candore e al suo coraggio, pubblichiamo un articolo di Chiara Deiana, un’allieva del corso annuale della Scuola di scrittura Belleville che sta lavorando al suo primo romanzo in uscita per Mondadori, in cui si spiega perché a volte i libri (e Diario di un killer sentimentale in particolare) possono cambiare il modo in cui si guarda la vita. 

La giornata era iniziata male, alla versione di latino avevo preso 5- che aveva abbassato la mia media del 5 e mezzo, e anche se non sono una tipa superstiziosa credo che in giorni del genere la cosa migliore sia non fare niente. Già dopo pranzo, a casa di un amico, avevo ripetuto cheppalle e chemmerda troppe volte. Me lo aveva fatto notare lui con un semplice: «A Chia’, basta!»

In un anno, tra i quattordici e i quindici, il mio linguaggio si era praticamente ridotto a tre parole, la terza era figo e la usavo molto meno: il mondo era una palla totale e se riusciva a non farmi incazzare, sicuramente mi rompeva un sacco, come quel pomeriggio.

Cercai qualcosa di nuovo nella libreria del mio amico, tra i Diari di Kurt Cobain e La collina dei conigli – già letti entrambi – trovai Diario di un killer sentimentale di Luis Sepúlveda. La copertina era grigia, identica alle altre della collana che usciva in edicola con la Repubblica, ma il titolo era figo quindi cominciai a leggerlo.

Ero già in un bistrò di Saint Michel a Parigi, ridacchiando e arrossendo accanto a una gran figa francese, quando il mio amico alzò lo sguardo dalla Play Station: «Prendilo. Secondo me è il tuo genere.»

La prima volta che lessi Diario di un killer sentimentale ero alla fermata del 706 e il colpo di scena finale spalancò le porte del mio linguaggio spingendomi a mormorare assurdo. Fino a quel momento non immaginavo che si potesse scrivere in un modo così ruvido e cattivo rimanendo però incredibilmente sexy. Era come accarezzare un gatto contropelo, aspettando che soffiasse o mordesse, solo per il piacere di farlo incazzare.

Negli anni sono tornata tra le pagine di questo libro tante volte, soprattutto quando ho avuto “una brutta giornata. Una pessima giornata. Una giornata di merda”, perché riesce a parlare al mio lato incazzato: conosco molto bene quel cinismo cattivo che prende il sopravvento quando ciò che ami ti delude, e vorresti solo uccidere i sentimenti con il fuoco della rabbia, o magari spegnerli in un bicchiere di gin.

Ma in verità torno anche perché la sua ruvidezza mi seduce: inciampo nelle frasi e rido perché sono le stesse che mi sono rimaste appiccicate addosso quando ero – come direbbe il killer – una bambina. E anche se nel frattempo i miei strumenti di lettrice si sono affinati e apprezzo i giochi che solo un grande scrittore riesce a seminare con tanta naturalezza, continuo ad amare le sue smancerie da corrido messicano.

«Stronzi i mariachis e tutti quelli che portano le ragazzine incaute a sentirli: sanno che dopo aver frignato per bene con qualche corrido non ci sono più gambe chiuse né mutandine al loro posto.»

 Diario di un killer sentimentale è stato uno dei miei libri fondanti, uno di quelli che mi ha insegnato che puoi dire tutto quello che vuoi sulla pagina. Anche se sei incazzato e deluso, anche se la tua vita ti fa schifo, non è un problema: puoi dirlo. Fallo bene, però.

A causa di questo mio folle amore l’ho regalato spesso: è un libriccino corto e intenso, e penso che tutti abbiamo bisogno di un po’ di sana cattiveria. L’ultima volta è stata tra i banchi di scuola di Belleville, ero il Babbo Natale segreto di un ragazzo appassionato di Hemingway e Salinger. Glielo regalai pensando che Diario di un killer sentimentale non avrebbe sfigurato tra i suoi miti.

Lui qualche mese dopo mi mandò la foto di due battute sottolineate: a distanza di quindici anni quel bistrò di Saint Michel aveva colpito ancora.

Chiara Deiana

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