9/7/2020 - 7:09

Prova di traduzione

Il 22 luglio inizia su BellevilleOnline il corso Prova di traduzione con Gioia Guerzoni.

 

Che cosa significa tradurre? Quali sono gli errori da non commettere? Qual è la strada migliore per diventare professionisti? Come si entra nella testa di uno scrittore per trasporre il suo stile in un’altra lingua?

Gioia Guerzoni, Gaja Cenciarelli, Silvia Pareschi, Marco Rossari, Fabio Cremonesi – i traduttori italiani di autori come Margaret Atwood, Charles Dickens, George Orwell, Colson Whithead, David Leavitt, Kent Haruf, Iris Murdoch ed Ernest Hemingway – accompagneranno gli iscritti dentro il loro mestiere. In due lezioni da un’ora e mezza ciascuna, ognuno degli insegnanti svilupperà un tema specifico – dagli errori più comuni all’importanza dello scouting – lavorando con la classe su alcune pagine selezionate, che gli iscritti dovranno poi tradurre sotto la guida degli stessi docenti. A ogni allievo sarà anche chiesto di tradurre il racconto Shooting an elephant di George Orwell. Gli autori delle due migliori traduzioni avranno la possibilità di fare una prova di traduzione con Racconti Edizioni e Mondadori.

 

 

La solitudine dei traduttori

di Giacomo Papi

 

Nella classifica dei mestieri solitari, i traduttori si giocano il primo posto con i guardiani del faro. La voce di chi scrive, al di là della pagina, e i personaggi che ci vivono dentro, tengono compagnia al traduttore come le navi lontane e gli stridii dei gabbiani ai guardiani del faro. Navi e gabbiani sono più concreti; voci e personaggi – a volte, non sempre – più variegati e interessanti. Vivere in compagnia di parole altrui, da riscrivere da capo ma in cui scomparire, può provocare alienazione: anche perché gli scrittori, i personaggi e le idee spesso sono intensi, ossessivi o, peggio, noiosi. Passare la vita a scrivere cose scritte da altri, alimenta lo stupore che la scrittura esista e resista anche al di fuori della lingua in cui è nata, ma impone dolorosamente di scomparire dentro il proprio lavoro. Ma tradurre comporta anche qualche vantaggio, oltre all’assenza di scocciatori reali: dedicarsi a cose belle e vive come le parole scritte e non dover uscire di casa quando piove, per esempio, o poter organizzare il proprio tempo senza essere legati a un unico luogo. Oggi, per esempio, Gioia Guerzoni – che traduce dall’inglese per Einaudi, Mondadori, Feltrinelli, Saggiatore, NN, Racconti, Codice e Contrasto, non più per Fazi – vive nella sua casa di Aegina, un’isoletta di fronte ad Atene, ma in passato ha abitato in Scozia, India, Egitto, Israele e negli Usa. Se avesse scelto un altro mestiere non avrebbe potuto.

Tradurre è un mestiere fondamentale, ma invisibile o quasi. Da qualche anno anche in Italia qualche sparuto e volenteroso editore mette il nome del traduttore in copertina o in quarta, invece che sul frontespizio interno. Ma sono pochi e piccoli. Inoltre, è un lavoro pagato poco e in ritardo. È anche un mestiere che è cambiato poco nel tempo. Si è trasformato il rapporto con le parole, che grazie ai computer possono essere girate, spostate, cancellate all’infinito, fino a trovare il giro giusto di frase. Ma l’aspetto più nuovo è che le parole  si trovano online. I dizionari sono ancora uno strumento fondamentale, come le forbici per un sarto o il martello per un muratore, perché altrimenti si possono fare errori, anche grossolani: si racconta di una vecchia edizione della Storia della filosofia occidentale di Bertrand Russell che iniziava il capitolo su Charles Darwin, più o meno, con queste parole: «Darwin sosteneva che gli uomini discendessero dalle api». Dove «api» traduceva l’inglese «apes» che, invece, ovviamente vuol dire «scimmie». Usando Internet gli errori si possono fare lo stesso, ma almeno non bisogna più sfogliare le pagine avanti e indietro mille volte al giorno.

I traduttori che ho frequentato io – nel Novecento – erano circondati da cento vocabolari, normali, di slang, dei sinonimi e contrari. Loro e le loro scrivanie scomparivano, letteralmente, sotto montagne di carta. Comprare dizionari era un investimento da ammortizzare. Mio padre, che si chiamava Marco Papi e ha fatto il traduttore per tutta la vita. Era sempre circondato da montagne di fogli scritti a macchina e rivisti a pennarello nero, ma non vedevo bene, perché la stanza era sempre offuscata dal fumo delle sue sigarette e un po’ anche dall’alcol, come facevano i traduttori della generazione di Luciano Bianciardi. Un gioco che faceva spesso con se stesso era trovare la parola nel dizionario nel minor numero di mosse. Tra i suoi libri ancora in commercio, ci sono i racconti John Cheever e di Nathaniel Hawtorne, gialli di Agatha Cristie, romansi di Nadine Gordimer, Il paziente inglese di Michael Ondaatje, Joseph Conrad, Colum McCann, Walter Scott, oltre a una caterva di saggi – dalla vita di Stalin alla sessualità dell’antica Cina, che detestava cordialmente. Quella di cui andava più orgoglioso era la sua traduzione dei Dubliners – Gente di Dublino – di James Joyce nell’edizione economica Garzanti. È datata 1976, sono passati quarant’anni. Immagino che i diritti di traduzione siano scaduti. Quando mi viene voglia di ricordarlo, leggo l’ultimo paragrafo dell’ultimo racconto, The Dead – I morti. A volte mi capita di riconoscerlo nelle parole e nella punteggiatura, specialmente nella pausa esitante, ma necessaria, che ha posato sull’ultima virgola:

Non credo che gli sia troppo piaciuto passare tutta la sua vita in casa. Sicuramente gli piaceva guardare i libri da vicino e non essere costretto a uscire quando pioveva. Ma non se nevicava.

 

Giacomo Papi