15/8/2020 - 0:52

 

I commenti di Marina Mander ai racconti di TYPEE

 

Marina Mander è La scrittrice che legge, su TYPEE dal 1° luglio 2020.

Dopo Federico Baccomo, che a maggio ha inaugurato il progetto Lo scrittore che legge e per due mesi ha letto e commentato i racconti e le poesie degli utenti di TYPEE, è Marina Mander la scrittrice che animerà la piattaforma nei mesi di luglio e agosto, dando agli scrittori pareri e consigli di lettura e scrittura.

I commenti di Federico Baccomo si possono rileggere cliccando qui.

 

I commenti della settimana | 3 – 9 agosto

 

Oh, mio Dio! La magra e misera storia dell’anal retentive. Mi spiace sia morta la moglie prima di lui, io l’avrei ucciso prima di pensare di documentare la sua orrenda vita non illustre, perché se scrivo di qualcuno, anche merdoso, penso che si meriti la sua merdosa originalità, invece…[continua a leggere su TYPEE.it]

 

Come faccia una mano ad aggrapparsi al pavimento, è difficile da immaginare, ma che la gelosia trovi conforto nello scoprire che l’amore tossico non sia più a base di limoni, ma di fichi, mi piace assai. Ci sono un po’ di refusi sparsi e in generale consiglio di leggere e rileggere mille volte per evitarli, ci sono alcune incongruenze psicologiche, lei che…[continua a leggere su TYPEE.it]

 

Leggendo questo racconto distopico, ambientato in una Venezia, guarda caso sommersa, e in un Nord Italia sott’acqua, ho l’impressione che tu abbia scritto una storia per raccontarne un’altra. Da una parte la vicenda del mercante, tra ibride e elettriche e le sue carabattole post-catastrofe con buoni dialoghi, dall’altra la storia della setta di Damanhur che pare…[continua a leggere su TYPEE.it]

 

Una fotografia minima di questa strana stagione. Mi ha ricordato lo stupore che ho provato, il primo giorno di uscita dal lockdown, nel vedere un manichino in vetrina con il bikini e la mascherina en pendant. Una poesia…[continua a leggere su TYPEE.it]

 

Io non so in quale percentuale gli scrittori che si cimentano attualmente frequentino o abbiano frequentato gli studi degli psicoterapeuti. Parecchi, probabilmente, ma di certo, il concetto di sublimazione dovrebbe essere passato tra una seduta e l’altra, o in qualche infarinatura pregressa, perché, insomma, dopo un secolo, avere un’idea di come funziona la faccenda, è doveroso. Con lo “sono stato male da piccolo”, “mio padre o mia madre non mi hanno abbastanza amato”, non si va molto lontano, il materiale grezzo della vita deve essere trasformato. Attraverso la scrittura (o altre forme d’arte) è possibile… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

I commenti delle settimane precedenti 

 

Dolce, malinconica ma priva di guizzi. Un po’ rassegnato il poeta, un po’ rassegnato il lettore che tra oblio e ricordi, rischia di dimenticare ciò che ha letto quasi subito. Attento lo stile, ma manca di incisività, paradossalmente è proprio la frase finale, con la sua ripetizione a dire la verità con più forza. Sul tema della memoria e sull’uso delle ripetizioni mi torna in mente… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Molto interessante questo fattaccio del paese morto e conteso. Interessanti le storie apparentemente rinvenute dei suoi abitanti, sordidi o virtuosi, a seconda della convenienza. Bella la scrittura e l’andamento asciutto che, però, è fin troppo ellittico. Potresti approfondire alcuni passaggi per rendere le motivazioni dei personaggi più chiare: perché il capo dell’Urbanistica dà al protagonista… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Una specie di freudiana scena madre che mette in scena la sorella maggiore. Tutto bene, è un bel tema universale che, però, nello specifico si perde in troppi dettagli: la scelta di descrivere quasi in slow motion i gesti del protagonista non è funzionale a condurre all’agnizione, visto che il finale è telefonato, e finisce col rallentare il ritmo, amplificando inutilmente il racconto. Anche lo stile risente di pari enfasi: l’egida del caldo, il troneggiare della porta, gli argini della fantasia, gli zoccoli alati dell’immaginazione, vaneggiare di solide realtà… Ecco, io, abbandonerei… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

L’inettitudine è infinita fonte di ispirazione: dall’ultima sigaretta di Zeno Cosini alla duemilaquattrocentoseiesima lettera di Adriano C., l’antieroe fa sempre una certa simpatia amarognola, soprattutto a quelli che scrivono e cestinano all’infinito, che non si fanno coraggio, costellando la vita di atti mancati. Bella l’idea di prepararsi a ciò che non… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Un tram chiamato desiderio, Punto Zero, Blade Runner, quando c’è un Kowalski di mezzo, le cose vanno alla grande, come direbbe quel catorcio di Pete. È l’America degli sloppy bar, quell’atmosfera vista in mille film consumata tra birra e poche parole, ma ancora fonte d’ispirazione, per chi sa scrivere. Questo racconto ne è la riprova: per quanto attinga a un immaginario… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Piccola introduzione sulla d eufonica. Lo so, a scuola ci hanno insegnato a metterla e guai sennò, ma la d eufonica come spiega bene Andrea De Benedetti nel suo libro La situazione è grammatica (invito tutti a leggerlo perché è utile e molto dilettevole), è un suono che andrebbe scritto quando viene effettivamente pronunciato. Nessuno dice ad est, tantomeno un messicano. A parte questa nota di buon suono… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Non so, ma quando si invoca la tetra sfera dell’Ade e l’ombra blu del Lete per parlare di un incontro fugace del ventunesimo secolo, divento sospettosa. Mi sembra uno sfoggio narcisistico, e mi vien voglia di svanire di mia sponte. Troppa esibizione melodrammatica, l’amore e il dolore non si declamano, semmai… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Una vita in time lapse. Frammenti di un discorso amoroso e malinconico tenuti assieme da un’idea molto bella. Mi piacerebbe che la lingua, in certi passaggi, fosse più curata: è vero che “il tempo scorre inesorabile” ma forse non serve dirlo oppure si possono cercare altre soluzioni meno trite; “quest’ultima resta su di esso come un vestito” è una locuzione un po’ contorta; “ma l’operazione non le riesce bene” è un po’ sciatto. Ti suggerisco di lavorare sulla… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Mah. C’è una formica, per forza di cose operosa, che racconta di uno scampato pericolo alla sua amica del cuore, siccome è minuscola parla con un linguaggio da elementari come le hanno insegnato a scuola, delicate zampette, piccole impronte, formine, ma se suda, suda copiosamente perché l’estate è naturalmente afosa e il caldo è ovviamente torrido. Antropomorfizzare gli animali, anche con intenti favolistici, è un rischio da correre solo se strettamente necessario. Qui nulla è necessario, l’Arcadia è finita da un pezzo e, benché la morale della favola… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

È un bel racconto dal finale potente. L’ho riletto più volte per capire cosa mi lasciasse, però, vagamente perplessa. Mi pare che la voce narrante, soprattutto nel passaggio in cui si parla di musica, working class e fanzine, sia un po’ troppo “saputa” rispetto al contesto, mentre i dialoghi sono più aderenti e schietti. È come se ci fosse un doppio… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Fanno tenerezza per la loro disarmante serietà, talvolta ingenua, le riflessioni dei 18 anni ritrovate in un cassetto. Ma non fanno racconto. Ci si parla addosso e questo non ha niente a che fare con la struttura di un racconto che, invece, prende le mosse da un’idea che si incarna in parole e atti. Nella migliore delle ipotesi le riflessioni appartengono alla saggistica che si occupa anche di esprimere ordinatamente visioni del mondo, ma… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Secondo me il signor Palazzari ride un po’ troppo. Per quanto un bacio mattutino possa mettere di buon umore, mi pare difficile che uno rida da solo tutto il tempo a meno che non sia affetto da qualche turba o non si droghi nottetempo: il protagonista si alza e ride, trova una cravatta a pois e ride, fa delle crepes cattive e ride, addirittura scosso, poi ride e singhiozza per un divertente sospetto (quale e perché?), scopre delle macchie uguali ai pois della cravatta, immagino, sulla spalla della moglie e ride, poi ride anche lei perché la risata è contagiosa e anche esantematica. Mi sembra ci sia un’incongruenza tra i fatti narrati e la… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Da “Dona Flor e i suoi due mariti” di Jorge Amado a “Dolce come il cioccolato” di Laura Esquivel, il cibo evoca fantasmi, provoca magie, scioglie languori in bocca. Così è in questo bel racconto dalla scrittura felice e attenta, che condensa la storia di un amore, l’ingrediente che cambia il sapore di una vita. Se la mancanza della persona amata rende insipidi gli arancini, accade, però, che un eccesso di segni di interpunzione guasti un po’ il gusto della lettura, interrompendone il flusso. Come diceva Totò nella celebre lettera… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Scrivere significa anche togliere la realtà dall’usura del quotidiano, o meglio, offrire al quotidiano, attraverso le parole, un’altra possibilità. Mai avrei pensato che la maledetta guarnizione della caffettiera o, ancor peggio, il certificato elettorale potessero infondermi un vago senso di struggimento per il tempo che passa, per le relazioni che si adagiano, e il grigio della vita, che resta, nonostante tutto, un’avventura. Le forchette finiscono ma tu… [continua a leggere su TYPEE.it]

Il clochard innamorato che suona Vivaldi mi piace assai. Gli augurerei il successo di A spasso con Bob, visto che anche lui ha un gatto che lo accompagna. Eppure. Il gatto piscione, il vino in cartone (non in cartoccio), la puzza, il cassonetto, la tasca bucata, è tutto vero, ma fin troppo vero, e il clochard diventa un cliché. Dommage! Racconterei le stesse cose ma senza… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

C’è un funerale, c’è un’intrusa, la famiglia la vede come il diavolo perché ha lacerato in qualche modo la bolla di rettitudine che pare diamante e invece è una bolla di sapone. Mi piacerebbe saperne di più del rapporto tra lei, il figlio e il defunto. In generale, nonostante il non detto spesso sia importante quanto il detto, inducendo a leggere tra le righe il senso di una storia, a volte un’eccessiva reticenza non rende… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Complimenti, davvero: bello il soggetto, bella la scrittura padroneggiata con sicurezza. Bella l’idea del bambino che assiste a un rito incomprensibile e forse terrorizzante. Posso dare solo un suggerimento: accentuare attraverso il ritmo il contrasto tra il bambino che immagino pietrificato, più che preoccupato, e la madre posseduta. La descrizione dei gesti della madre potrebbe essere più concisa, sincopata, stravolta, come se… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Il racconto è un piccolo pianeta autosufficiente, non dovrebbe alimentarsi dell’energia altrui. Mi pare che questo racconto, pur bello, si nutra fin troppo del materiale extra-letterario: la canzone di Billie Holiday. È un racconto brevissimo che andrebbe approfondito raccontando dall’interno, attraverso la voce del protagonista, la vicenda di Strange Fruit in modo da rendere maggiormente edotto il lettore sul suo significato e sui retroscena. Credo sia importante ricordare che il lettore non è tenuto a… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

C’è una frase, forse annegata tra troppe parole e troppo voler dire, che mi ha colpito: “l’urgenza di sentire il rumore che fa la vita quando la colpisco e si sporca e si deforma”. Mi sembra questo il nucleo tematico forte sul quale mi concentrerei per farlo risaltare con più chiarezza. L’irruzione del perturbante in una vita troppo architettata dalle pareti opache, le zone d’ombra di Antonio. Il barbone mi pare incarnare l’ombra, la parte oscura dell’ingegnere, ma il racconto a un certo punto diventa confuso, soprattutto dopo la scena dei carabinieri, da lì in poi, si fa fatica a… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Molto interessante, bella l’idea e ben scritto. Qualche dubbio in alcuni punti sulla lingua che, benché si tratti di un colloquio, trovo fin troppo colloquiale: se no molli, uguale, sfigato, naa… Ho l’impressione che la sottile ironia che pervade il racconto potrebbe emergere con più forza attraverso una maggior cesellatura del lessico. Potresti anche approfondire due intuizioni molto felici: la differenza tra… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Qualcosa di complicato. Forse troppo. Mi pare più un capitolo di un ipotetico romanzo che un racconto concluso. Il confine tra immaginazione e realtà, personaggi molteplici o personalità multipla, la sostanza dell’esistente, la fantasia bambina, temi che sono una miniera in cui scavare a fondo. Purtroppo ci sono troppe ellissi nel racconto, troppi indizi sparsi e non raccolti, troppe domande senza risposta. Resta la curiosità di saperne di più, e questo è positivo, ma il lettore non è… [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Non so se sia colpa di Woobinda o di Bret Easton Ellis, ma inserire i nomi delle marche nei racconti piace ancora assai. E anche notazioni gergali, metereologiche ecc. Nulla in contrario, purché sia funzionale. Qui ho l’impressione che, non raggiungendo un forse voluto effetto comico, annacquino la storia. La storia c’è, è quella del bestemmiatore, mi concentrerei sul suo sviluppo, magari pensando a…  [continua a leggere su TYPEE.it]

 

Intrisa di struggimento, è dolce e nostalgica, mi piace l’idea della casa che è anche edificio dell’Io che cerca dimora, il desiderio di essere accolti. Forse, poiché su tutto aleggia la malinconia, non la nominerei. Sento una nota stonata, però: “muratori neuronali”. “Neuronali” è una parola fuori registro che finisce per far girare tutte le altre verso di lei, facendole sentire piccole o troppo semplici: ma chi è questa spocchiosa, cosa vuole da noi? Le parole intruse a volte generano un effetto…  [continua a leggere su TYPEE.it]

 

 

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Scrittrice triestina, Marina Mander vive a Milano. Tra le sue opere di narrativa: Ipocondria fantastica (Transeuropa 2000, et al. 2012); Catalogo degli addii (Editions du Rouergue, 2008, et al. 2010); La prima vera bugia (et al. 2011, Marsilio-Universale Economica Feltrinelli 2019), pubblicato in diversi paesi europei e negli Stati Uniti e adattato per il teatro con il titolo A corto di bugie; Nessundorma (Mondadori 2013, finalista al Premio Rapallo-Carige); Il potere del miao. I gatti che mi hanno cambiato la vita (Mondadori 2015, Bertelsmann Verlag 2016); L’età straniera (Marsilio 2019) candidato al Premio Strega.
È una docente alla Scuola di scrittura Belleville.